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Storia di un genere letterario chiamato "Letteraltura"
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Quando il giornalismo
sale sulle montagne
CLEMENTE MAZZETTA


Si fa risalire la "letteratura di montagna" addirittura a Francesco Petrarca. A quella Salita al Monte ventoso", scritta nel latino del 1300. Un’escursione sulla vetta della Provenza, che arriva a stento a duemila metri. Brulla, senza una pianta, un’infinita pietraia, ventosa. Nota come Mont Ventoux, oggi tappa del Tour de France resa mitica in quel 13 luglio del 2000 quando Marco Pantani arrivò davanti a Lance Armstrong. Uomini contro in una salita durissima. Dove il "pirata" strappò una vittoria coi denti, pedalata dopo pedalata, al "boss". Una tappa che anche il giornalista-scrittore Erminio Ferrari, scomparso qualche giorno fa, avrà seguito, appassionato come era di ciclismo, oltre che di letteratura e di montagna. "Letteraltura", appunto, come recita un indovinato titolo di un festival letterario del Lago Maggiore. Felice combinazione di letteratura e altura. Una parola unica, quasi un programma, che unisce l’epica dell’escursione alpina con la riscoperta del territorio.
Ma sarebbe sbagliato pensare ad un genere di serie B. E non solo perché il genere prenderebbe avvio con le riflessioni di Petrarca, passo dopo passo sul Mont Ventoux. Dove il racconto di un’escursione diventa pretesto per un’analisi psicologica, per un’introspezione, dove si cita Ovidio, Sant’Agostino ("E gli uomini vanno ad ammirare le alte cime dei monti, gli ingenti flutti del mare, gli estesissimi corsi dei fiumi, la distesa dell’oceano e i moti delle stelle, e trascurano se stessi"). Una riflessione su se stessi, quasi un tormento che si ritrova nei testi di Ferrari, da Valgrande, del 1996, fino a Valzer per un amico, di quest’anno.
La montagna come pretesto, come sfondo, come rifugio, come metafora. Quando il giornalismo sale in montagna, gli esiti non sono mai scontati. In questa ideale rassegna inevitabile citare La conquista del Cervino di Edward Whymper (1840-1911) per lo stile asciutto, senza una lacrima, fra sconfitte e drammi, unito all’acutezza delle riflessioni sull’ambiente. Per la competizione fra uomini. Ma anche la letteratura alpina di Rigoni Stern (1921-2008), il sergente nella neve, quello de Le vite dell’Altipiano.
O, ancora, del Bosco degli urogalli, storie di animali, del silenzio dei boschi, della compagnia del fuoco nei camini, della semplicità dei montanari e dei contadini, dove scrive: "Sono passati vent’anni e ancora gli sembrava ieri. Anche perché il tempo, nella vita di un uomo, non si misura con il calendario ma con i fatti che accadono; come la strada che si percorre non è segnata dal contachilometri ma dalla difficoltà del percorso".
Ma anche la poesia, il senso dell’attesa, quell’aria di mistero, di un esito inaspettato che si respira fra le pagine di Barnabò delle montagne di Dino Buzzatti (1906-1972). Parlare delle vette è parlare anche della Resistenza e dello stupore di fronte al "miracolo" della natura. Di un giornalista come Giorgio Bocca (1020-2011) che nelle Mie montagne scrive: "Se non sei un pastore che si è alzato quel mattino all’alba, se non sei un partigiano che deve raggiungere una banda con cinque o sei ore di marcia non lo vedi, perché il miracolo della fioritura dei ranuncoli avviene in pochi minuti ai primi raggi del sole, quei calici bianchi o gialli o rosa si aprono tutti assieme nel giro di pochi minuti, tutti devono mostrare la loro bellezza al buon Dio negli stessi prati, alla stessa ora".
Letteraltura è quella di Plinio Martini, de Il Fondo del sacco, delle radici e della nostalgia, del complicato rapporto con la religione, di quando "La giornata da un’ave all’altra, era comandata dalle campane".
Letteraltura è quella di Mauro Cognetti, vincitore del premio Strega tre anni fa con le Otto montagne, la storia di un’amicizia fra due ragazzi che crescono e diventano uomini. Storia di amicizia e di amori, senza la mitizzazione, la stucchevole retorica della montagna. Ancora, letteraltura è quella di Mauro Corona - a cui un po’ nuoce il personaggio televisivo - con il  suo ecologismo ribelle. "Poi una notte - scrive Corona ne Il volo della martora - la montagna precipitò nel lago e uccise tutta quella gente. Il paese venne evacuato... lei assieme a pochi testardi non si mosse ma fu tagliata fuori da ogni aiuto. Dovette vendere le sue amate bestie. Quando vennero a prenderle, piangeva e le salutava chiamandole per nome: ciao Vecia, ciao Colomba, ciao Rosa, non vi vedrò più". Un addio straziante, un distacco difficile da elaborare. Dalla letteratura alla realtà: è successo così con Erminio Ferrari, innamorato delle sue montagne.
cmazzetta@caffe.ch
17.10.2020


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