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Un gruppo di ragazzi afghani sfidano le regole e...
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La band dei rifugiati
suona il rock in fabbrica
MATTIA MARZORATI E ABBAS HAJIMOHAMMADI DA TEHERAN


La guerra ha sicuramente segnato in modo indelebile le nostre vite. Poi, nonostante Teheran non sia un contesto di conflitto, la nostra situazione di rifugiati ha dato una identità precisa a ciò che facciamo". Mohammad Rezaei è uno dei quattro musicisti della band Arikayn, lanterna. Un nome più che mai emblematico considerando le condizioni in cui vivono milioni di rifugiati afgani in Iran. La Repubblica islamica iraniana ospita infatti un numero imprecisato di rifugiati. Si stima siano circa quattro milioni ma le cifre sono decisamente incerte dal momento che da anni il governo non rilascia alcun tipo di permesso e documentazione a chi fugge dal lunghissimo conflitto afgano. L’esperimento musicale nasce circa otto anni fa quando alla porta di Hakim, chitarrista, bussa Akbar, batterista. I due creano una rock band capace di rompere diversi stereotipi, non senza difficoltà.
"Sono arrivato in Iran con la mia famiglia circa vent’anni fa - racconta Hakim - e la musica è da sempre stata una grande passione. Ma la mia famiglia non l’ha mai accettato. Per questo motivo suono di nascosto, quando i miei genitori non sono in casa. Anche quando dobbiamo provare. Non capiscono l’importanza che la musica può avere nella mia vita ma nonostante tutto devo rispettare il loro giudizio".
La prima sala prove della band era una fabbrica di acido industriale dove il guardiano era diventato grande sostenitore dei musicisti. Ora si sono trasferiti in un laboratorio di falegnameria.
Oltre ai contrasti con la famiglia e quelli con chi ha un’ottica più radicale verso la libertà d’espressione artistica, i quattro musicisti devono fare i conti con la durissima quotidianità di essere rifugiati in una grande città come Teheran. L’assenza di documenti rende la maggior parte degli afgani facili vittime di ricatti e schiavitù. Nella quasi totalità dei casi le condizioni salariali sono indegne e lo sfruttamento dei profughi come manodopera per lavori pesanti e pericolosi rappresenta per molti l’unica possibilità di sopravvivenza. "Io lavoro come falegname ma la paga è molto bassa - continua Hakim - e le difficoltà finanziarie sono continue e condizionano la nostra attività musicale. Vivendo in periferia ci mettiamo circa 4 ore per raggiungere il luogo in cui poterci esercitare. Avremmo voluto comprare una macchina ma, come rifugiati, non abbiamo diritto ad alcun documento, compresa la patente di guida. Siamo molto limitati in ogni aspetto della nostra vita".
Le loro canzoni rock ispirate alle ballate dei Metallica, cercano nonostante tutto di essere una testimonianza per chi, come loro, vive una situazione di grande difficoltà, con lo spettro di essere deportati in Afghanistan che aleggia in ogni momento. Un rischio reale per molti.
Soraya Hossaini suona la chitarra, il pianoforte e canta. La sua famiglia, a differenza di molte altre, l’ha incoraggiata nel seguire la sua carriera artistica e i risultati non si sono fatti attendere. Ha vari progetti musicali attivi e collabora nel mondo della moda. La sua carriera musicale ha comunque trovato notevoli ostacoli; diversi gestori di locali le hanno proibito di cantare sul palco o hanno cercato di imporre alla band delle sonorità che andassero a coprire la sua voce. "Ci sono stati alcuni momenti di grande sconforto. Ho pensato - racconta - di smettere con la musica e con il canto più di una volta. Purtroppo quello dell’emancipazione femminile nel mondo dello spettacolo è un problema che colpisce anche gli stessi artisti iraniani. Grazie al supporto di molte persone che vivono qui, con gli Arikayn voglio provare a dare speranza alla mia gente. Hanno il cuore infranto per le difficoltà e la sofferenza". Il sogno dei quattro musicisti è quello di potersi dedicare completamente al mondo della musica, senza nessun tipo di limitazioni e costrizioni culturali.
19.09.2020


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