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Sfiancati dai turni di lavoro e riposo solo quando possibile
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Gli infermieri sono
degli eroi al fronte
PATRIZIA GUENZI


Sono infermieri. Ma anche amici, familiari, psicologi. All’occorrenza si sostituiscono a un figlio, a un partner, a un parente. Sono l’anello di congiunzione tra il paziente, costretto in un reparto Covid o in una stanza di terapia intensiva, e il mondo esterno. I suoi affetti, tutti coloro che non possono più avvicinarlo, ma hanno l’esigenza di sapere come sta. Di essere lì. Comunque. Non di soli letti, macchinari, respiratori, terapie e professionalità mediche ha bisogno chi entra qui, chi viene ricoverato all’ospedale La Carità di Locarno, da qualche settimana Centro Covid del cantone, supportato dalla clinica Luganese Moncucco. Chi è stato infettato dal maledetto coronavirus ha bisogno di non sentirsi solo, di sapere che qualcuno c’è accanto a lui. Ha bisogno di infermieri anche un po’ eroi. Per le terapie, certo, ma pure per un sostegno psicologico. "Molti hanno paura di morire, e ce lo dicono - spiega Claudia Gamondi, primario del Servizio cure palliative -. Noi dobbiamo prestare estrema attenzione a questo aspetto. Al malessere psicologico, oltre che a quello fisico".
Entrare nei corridoi della Carità in questi giorni fa male. L’ambiente è surreale. Non c’è il solito via vai di familiari e amici tipico di una qualsiasi struttura di cura. C’è silenzio, colonnine di disinfettante ovunque, tutto il personale, anche amministrativo, con la mascherina che cammina veloce, reparti che non esistono più e che sono stati trasformati nel giro di poche ore, nuovi spazi dotati di postazioni di cure intensive per accogliere i pazienti più gravi, e sono tanti, che ogni giorno entrano e hanno bisogno di cure urgenti. Per ricevere la giusta cura nel giusto momento. "È un lavoro di gruppo, siamo un team affiatato che collabora costantemente - spiega Enzo Cacio, responsabile infermieristico di medicina intensiva -. Tutto viene deciso in gruppo. E l’obiettivo è uno solo: prenderci cura dei pazienti".
Una cura che, in un momento come questo richiede ancora più impegno e dedizione. "Si lavora in condizioni diverse, c’è, giustamente, chi ha paura tra il personale, chi ha bisogno di essere supportato, ascoltato - sottolinea Patrick Derighetti, caposettore infermieristico -. Inoltre ci sono tutti i dipendenti provenienti da altri ospedali dell’Ente, che sono venuti a darci aiuto ma che da un momento all’altro si sono trovati catapultati dentro questa situazione. Dobbiamo dar loro le istruzioni, non possiamo pretendere che trovino il tempo di leggere le e-mail. Tocca a noi informarli costantemente". Un lavoro enorme, che ruba tanta energia. Ma oggi più che mai, oggi che ancora si aspetta con apprensione il picco dei contagi, serve trovare la forza per andare avanti, per non far mancare nulla ai pazienti. Per la loro cura.
Da qualche anno si parla dell’importanza di mettere in atto il passaggio dal curare al prendersi cura. Se la possibilità di curare è garantita solo dalla medicina, cioè da tutte quelle modalità terapeutiche che permettono agli operatori sanitari di curare da un punto di vista esclusivamente tecnico, il prendersi cura si traduce in un coinvolgimento personale, del medico, dell’infermiere, di chiunque abbia a che fare con la persona che soffre. Quindi il rispetto, anche, delle sue volontà. Cercare di non fare qualcosa che non voglia. "Ai pazienti chiediamo se hanno delle direttive anticipate, che cosa si aspettano, cosa vogliono", dice la dottoressa Gamondi.
E poi ci sono i familiari. Per loro è uno strazio. Sovente il paziente sino a poche ore prima sta benissimo, non ha alcun problema e improvvisamente lo vedono entrare in un reparto di cure intensive. È uno choc. “Di colpo il proprio caro è ammalato - riprende Gamondi -. È successo tutto in fretta, neanche il tempo di prenderne coscienza. Tocca a noi supportare anche i familiari, tranquillizzarli, far sì che abbiano fiducia in noi. Non possono più avere contatti con il proprio caro, ed è una situazione straziante”. Solo se la situazione clinica del paziente peggiora si cerca di fare il possibile per farli avvicinare, con tutte le dovute precauzioni ovviamente. “Laddove è anticipabile organizziamo un incontro con la famiglia. Purtroppo a volte non è possibile”. Purtroppo a volte la morte arriva improvvisa.
In questi momenti capita più spesso di trovarsi a tu per tu con la morte. “Ci siamo abituati, siamo preparati - spiega Enzo Cacio -. Ma è vero che ogni volta ti prende una sensazione di impotenza”. Ed è dura andare avanti. Ma bisogna. Fermarsi non si può. È un’altalena di emozioni che va assolutamente gestita. Per chi ha un momento di sconforto, ha bisogno di parlare, di sentirsi sostenuto, di dar sfogo alle emozioni insomma, La Carità ha potenziato la presa a carico del personale. Chiunque può rivolgersi in qualsiasi momento ne senta la necessità e ricevere aiuto. Senza appuntamento, quando occorre. “Un sostegno emotivo molto importante, un punto di riferimento fondamentale in queste situazioni di forte stress, di sentimenti costrastanti, di carico di lavoro”, osserva Derighetti. Turni massacranti, di oltre dodici ore, per molti dipendenti giorni di libero azzerati, per altri ancora la lontananza dalla famiglia. Un peso in più. Molti curanti frontalieri hanno infatti scelto di restare in zona.
Si lavora in costante emergenza qui, dentro i reparti e le corsie della Carità. L’organizzazione interna è stata rivista interamente, ottimizzata al meglio, nei minimi dettagli. Tutto deve filare senza intoppi. Anche la farmacia è sotto pressione. La richiesta di medicinali è costante. Un ruolo impegnativo per Laura Villa, responsabile della farmacia della Carità: “Io e i miei collaboratori fortunatamente ci siamo attivati in anticipo per adeguare gli stock - spiega -. Ora siamo costantemente sollecitati dalle richieste dei nostri colleghi e dobbiamo agire velocemente”. Anche questo è un lavoro di team, tutte le farmacie interne agli ospedali dell’Ente sono coordinate dall’Istituto di scienze farmacologiche della Svizzera italiana.
Un lavoro di gruppo come quello, abbiamo detto, delle cure palliative. Un team composto anche da due medici, due infermieri, un assistente spirituale e tre cappellani, oltre che da un assistente sociale e da fisioterapisti. “Una sovrastruttura che si è aggiunta a quella già esistente per riuscire ad offrire a tutti le cure adeguate”, osserva la dottoressa Gamondi. Una sovrastruttura che ha a cuore il benessere del paziente ma che deve tener conto della sofferenza e della preoccupazione dei familiari. C’è un piano clinico e uno organizzativo. E i due piani devono restare in costante equilibrio. Affinché anche il momento più drammatico, l’ultimo, sia di qualità.
C’è un morire bene e un morire male, dicono sovente i medici. Morire bene significa prestare attenzione alla persona in fin di vita, far di tutto affinché chiuda gli occhi senza angosce, non sia lasciata sola. Un impegno ancor più arduo in questo momento in cui spesso la morte arriva improvvisa. Neanche il tempo di avvisare la famiglia. Morti non attese. Ancora più strazianti per chi resta. Perché un conto è sapere che il proprio caro ha una grave malattia e quindi prepararsi, per così dire, al distacco; un altro conto è questo maledetto virus che dall’oggi al domani si porta via una vita attiva. “Ecco perché gli ultimi momenti diventano fondamentali”, insiste Gamondi.
Un ospedale è sì fatto di letti, respiratori, apparecchiature sofisticate, medici e specialisti professionalmente preparati. E questi ultimi devono assumersi la consapevolezza dei loro gesti e sentimenti verso la morte, accettandone il processo come parte della vita. Un meccanismo che permette di valutare la comprensione del paziente e della famiglia su ciò che sta capitando. “È importante condividere il percorso di cura con il paziente e con la famiglia in modo continuativo e regolare e questo anche ad ogni cambiamento della situazione clinica - sottolinea la dottoressa Gamondi -. Valutare e rispondere ai bisogni spirituali, psicologici, fisici e sociali del paziente e della famiglia, tenendo conto della spiritualità del paziente, delle esigenze culturali e dei suoi bisogni specifici”. E, come detto, rispettare i suoi desideri e le sue direttive anticipate.
E torna prepotente il concetto di prendersi cura. Che comprende sia la competenza professionale e la preparazione scientifica sia il coinvolgimento personale che porta a concentrarsi nella persona del malato, che lo pone al centro di tutto. E per riuscirci è necessario entrare in sintonia con il paziente ma anche con i suoi familiari, attraverso quello che viene definito ascolto empatico. Che significa, da parte dei curanti un coinvolgimento totale, un immedesimarsi nella sofferenza e nei bisogni dell’altro. Avere premura, compassione, comprendere.
Un lavoro interiore considerevole e sfiancante. Che si aggiunge, soprattutto per chi si occupa di quei pazienti più gravi, a turni lunghissimi, a un livello altissimo di concentrazione e attenzione. Ogni gesto conta, ogni sguardo, ogni movimento.
Ecco perché si chiamano infermieri, ma per i pazienti diventano gli amici, il compagno di vita, il figlio, il fratello.
pguenzi@caffe.ch
29.03.2020


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