Sono cambiati i modi di proporre i film, ecco che succede
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Cinema e Home-theatre
sono alla battaglia finale
ROBERTO NEPOTI


Nel cinema esiste una categoria, mai vasta come oggi, che potremmo definire dei "padroni dei film". Chi decide se, quando e dove potremo vedere una pellicola che ci alletta? Non parliamo solo della vecchia censura "morale", quasi in disuso, ma della cosiddetta censura del mercato, nota da sempre per escludere dalla programmazione i film "da festival" che non offrivano garanzie di lauti incassi. Ora, però, gli attori in scena si sono moltiplicati: oltre alle distribuzioni, ci sono la tv, le piattaforme on demand, i tablet, i festival e mille piccole, o piccolissime, manifestazioni che si aggirano per l’Europa.
I modi di proporre (imporre?) cinema sono cambiati radicalmente, gettando nel panico chi viveva di rendita sul pubblico delle sale. È di questi ultimi giorni la polemica, innescata da Martin Scorsese, contro i blockbuster del Marvel Cinematic Universe (quelli con Hulk, Thor & Co.), programmati per "fasi" di più film e spalmati nelle sale di tutto il mondo. Tanto da non lasciare spazio agli altri: o ti vedi una storia di supereroi, o un cartoon; oppure te ne stai a casa.
"Non sono film - dice il maestro - è un lunapark, che dilaga per prequel, sequel, spin-off, serie tv e merchandising, divorando quello che era il cinema". Gli rispondono, favorevoli o contrari, un po’ tutti: dal collega Coppola a Natalie Portman e ai responsabili degli studios. Ma c’è un paradosso. Nella guerra di posizione in corso, quella che oppone la distribuzione dei film in sala alla visione sulle piattaforme come Netflix e Amazon, Scorsese non si pone - come ti aspetteresti - dalla parte dei primi, i puristi del grande schermo. Anzi, il suo ultimo, attesissimo The Irishman lo ha prodotto proprio Netflix; e in Italia, dopo un breve soggiorno al cinema (il 4, 5 e 6 novembre), lo si vedrà direttamente sull’omonima pay-tv (dal 27). Già, dopo una breve resistenza, i festival maggiori si sono rassegnati a ospitare film prodotti dalle piattaforme tv. Gli "strateghi" della distribuzione hanno inventato, allora, nuove formule: basate sul presupposto che un certo film sia più "figo" vederlo prima degli altri.
È la moda, dilagante, del film-evento, con prevendite per assicurarsi subito l’occasione (vedi la pletora di "anteprime" di C’era una volta a… Hollywood di Tarantino, pillolizzato in "eventi" per mezza estate). Il che è un paradosso bello e buono, se pensiamo che il film è (come diceva Walter Benjamin) "l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica", ossia la più democratica e fruibile. E che oggi, invece, viene proposto come uno spettacolo teatrale o un concerto: avvenimenti, per loro natura, irripetibili. Mentre la guerra continua, e ognuno dice la sua, si moltiplicano le tattiche di distribuzione: le sale alternano film differenti per fasce orarie (stare bene attenti, per non portare il bambino a vedere un cartoon e trovarci, invece, l’horror It) o riattivano vecchie formule. Come nel costosissimo Gemini Man (che ha debuttato il 1° ottobre al Festival di Zurigo), film di fantascienza in 3D , girato in 4K nativi e proiettato a 120 fotogrammi al secondo anziché i soliti 24.
La Paramount si sta ancora chiedendo perché un filmone del genere abbia ottenuto così scarso successo (ha debuttato al terzo posto nel box-office, scendendo al quinto nella seconda settimana). Forse hanno dimenticato che esistono ormai televisori di grande formato e ad altissima definizione e che, nel prossimo futuro, la battaglia finale della guerra tra sala attrezzata e home-theatre si combatterà proprio lì.
17.11.2019


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