Volti e voci dentro il primo villaggio siriano di sole donne
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Un cancello aperto
contro la violenza
LINDA DORIGO DA JINWAR, SIRIA


Dalla finestra di camera di Nujin si vedono le rondini volare basse. Nujin si sofferma a guardare il movimento nella grande cucina antistante il parcheggio. Dal davanzale raccoglie tre proiettili messi in fila a ricordarle che anche a Jinwar è passata la guerra. Nel nord-est della Siria, a pochi chilometri dal confine turco, un gruppo di donne ha dato vita al primo villaggio femminista del Medio Oriente. Nujin è una di loro. È arrivata tre anni fa dalla Germania ispirata dal movimento femminista della “gineologia”, diffusosi anche in Europa, che mette al centro la donna e la consapevolezza di genere. Tra le poche cose che si è portata c’è un diario a cui sono seguiti molti altri. China sul tavolo della stanza, scrive con ordine le sue riflessioni. Perché di lavoro si tratta: vivere a Jinwar non è una vacanza, un vezzo o un ritiro sabbatico. Per Nujin è un impegno pratico ma soprattutto di pensiero, nella convinzione che la rivoluzione, per durare, debba partire dal basso. Tra questa cinquanta case costruite con acqua, paglia e fango, vivono oggi una ventina di donne che per necessità o per convinzione hanno deciso di ricostruire a Jinwar un pezzo della loro esistenza. Una nuova casa per lasciarsi alle spalle la guerra o una missione per rivoluzionare il futuro delle donne in Medio Oriente. La base è la condivisione. Pranzi e cene comunitarie condite da cibi semplici come il pane cotto nel forno del villaggio, le zucchine coltivate nell’orto, tutte materie prime che seguono la stagionalità del raccolto. Chi cucina non lava i piatti, gli uomini sono ammessi nella misura in cui contribuiscono, lavorando, a migliorare il villaggio. Ma a nessuno è permesso di restare a dormire. A Jinwar vivono solo donne. Una scelta radicale, ispirata dalla visione della donna di Abdullah Öcalan, che nasce dalla necessità di garantire un luogo sicuro dove potersi esprimere e realizzare in piena libertà senza dipendenze e condizionamenti. Fino a poco tempo fa anche Sadiha abitava a Jinwar. Divorziata e per questo ripudiata dalla famiglia con i suoi due figli, per tre anni non ha visto il figlio più grande che il marito aveva portato con sé in Turchia. «Ho preferito dimenticare la mia vita di prima» diceva davanti allo specchio mentre dipingeva una striscia di sopracciglia. A 15 anni aveva fatto un’operazione per eliminarle definitivamente ma non aveva abbastanza soldi per tatuarle. Così ogni giorno, più volte al giorno, le rimpiazzava con una pennellata dritta e sicura. E nonostante le altre donne le dicessero che «make up non è bello» lei non ascoltava nessuna. Era il suo modo per sentirsi bella. Sadiha se ne è andata per arruolarsi nei battaglioni femminili curdi e, come lei, hanno lasciato il villaggio anche Sabah e Hanan. Madre e figlia erano arrivate da Deir ez-Zor portando con loro il frigorifero, le mucche, i piccioni e le galline. Dopo aver vissuto per quasi tre anni sotto l’Isis, volevano essere indipendenti. Un’indipendenza materiale almeno, dal momento che il dolore del passato era simboleggiato dalla foto del figlio Sultan, morto a Raqqa a 19 anni, appesa all’ingresso. La guerra ha ucciso anche il marito di Badra e quello che oggi le resta sono i loro sette figli. In ciascuno rivede l’amore della sua vita, un soldato morto sul fronte a Shaddadi. Una relazione fatta di passione e ironia: «Sono ancora magra nonostante 14 gravidanze. Se non fosse stato ucciso avremmo continuato». Gli altri sette figli sono morti di parto e degli altri sette cinque vanno a scuola». Per loro vorrebbe che trovassero la propria strada, «per me – conclude - non ho desideri. Mi basta aver conservato il cellulare di mio marito, così ogni volta che squilla è come se lui fosse ancora qui con me». In questo crocevia di arrivi e partenze, non c’è giudizio. Nessuna giudica le altre per le scelte di vita compiute. Il punto di partenza del cambiamento è l’accettazione. Il messaggio che Jinwar vuole dare alle donne del mondo è che non esiste una donna bella o brutta, giusta o sbagliata, ma solo donne consapevoli.
25.08.2019


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