La storia della secolare terapia nelle "oasi verdi"
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I giardini della salute
con proprietà curative
NATASCHA FIORETTI


Chi ha sempre amato la natura non può non conoscere la storia degli Healing Gardens, i giardini della salute progettati per curare anima e corpo. Una "filosofia" che spiega bene Cristina Pandolfo nel suo libro Healing Garden. Il giardino che cura nel quale l’architetta paesaggista scrive: "La capacità del verde di curare le malattie dell’anima, attraverso le nostre percezioni sensoriali e come supporto alle terapie tradizionali, genera un’azione positiva che agisce sul corpo fisico e comporta un miglioramento dell’intera qualità della nostra vita".
Dell’effetto benefico delle piante e della natura sull’uomo ne sapeva qualcosa Vincent Van Gogh. Nell’estate del 1889 dall’ospedale psichiatrico Saint-Paul de Masole in Provenza scrive in una lettera a suo fratello Theo: "Proprio per la salute è necessario lavorare in giardino e vedere crescere i fiori".
In Europa i primi giardini per i malati li troviamo nei monasteri. Pierre Grimal nel suo "L’arte dei giardini. Una breve storia" racconta di San Bernardo di Chiaravalle e del monastero che secondo lui doveva possedere un frutteto dove fare passeggiare gli ammalati: "Gli infermi stanchi per la passeggiata si siederanno, diceva, sul bordo dei grandi bacini e si divertiranno osservando i movimenti dei pesci".
Per la prima pubblicazione ufficiale sugli effetti terapeutici della natura bisogna però attendere il 1860 e l’opera di una donna straordinaria che con il suo lavoro e le sue idee rivoluzionò la professione infermieristica migliorando gli standard di cura e di igiene: Florence Nightingale. In Notes on Nursing scrive: "La disavventura più ardua per un paziente febbricitante è di non poter guardare fuori dalla finestra e di non poter vedere nulla se non i nodi del legno. Non dimenticherò mai l’estasi che un mazzo di fiori colorati può disegnare sul volto dei pazienti febbricitanti". E poi ancora: "Le persone dicono che l’effetto è solo sulla mente. Non è così, l’effetto si vede anche sul corpo".
A raccogliere il suo testimone, più di un secolo dopo, e a studiare in modo sistematico gli effetti e i benefici degli ambienti naturali sulla salute, è Roger Ulrich, professore di architettura al Center for healthcare building research alla Chalmers university of technology in Svezia. Autore della pubblicazione "I benefici sulla salute dei giardini nelle strutture ospedialiere" è stato il primo a condurre uno studio sperimentale per osservare i processi di guarigione di pazienti chirurgici collocati in stanze di degenza con differenti condizioni ambientali. Ne è risultato che i pazienti nelle camere con vista su spazi naturali guarivano più velocemente e necessitavano di meno antidolorifici. Per i pazienti con vista su un muro di mattoni i tempi di degenza invece si allungavano.
Dagli studi di Ulrich nasce e si diffonde oggi sempre di più l’idea di progettare degli spazi verdi, dei giardini per la terapia spirituale, emozionale, psicologica e fisica dei pazienti all’interno delle strutture ospedaliere e di cura.
Ma c’è anche chi, come Giuseppe Micheli, Giulio Michel e Ivan Ramaroli concentrandosi in particolare sugli aspetti del morbo di Alzheimer, promuove l’idea di un verde pubblico terapeutico condiviso che esce dai confini dell’Hortus Conclusus. A loro modo di vedere "l’Healing Garden va integrato nel contesto urbano, ottimizzando l’accessibilità e la permeabilità nella città".
Quel che è certo, nell’ottica di ridisegnare e ripensare gli spazi aperti e verdi degli ospedali o di crearne di nuovi, affinchè possano funzionare ed esercitare tutti i loro benefici, bisogna tenere conto del tipo di pazienti e di visitatori ai quali sono destinati. Non tutti i giardini della salute sono uguali.
25.08.2019


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