Il Pardo d'oro va alla storia di Vitalina di Pedro Costa
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Il festival del "tempo"
con 158mila presenze
ROBERTO NEPOTI


Alla fine il Pardo d’oro lo porta a casa il portoghese Pedro Costa, autore di Vitalina Varela. Una pellicola dove sono racchiusi i due principali temi "celebrati" in questa edizione del festival. Il tempo, il suo "spostamento" e la donna. Nel film di Costa la protagonista, Vitalina appunto, riesce ad arrivare a Lisbona solo tre giorni dopo il funerale del marito. Una beffa. Donna e tempo, dunque, inauguarano la direzione di Lili Hinstin. Ma Locarno - dove gli spettatori sono lievemente aumentati arrivando a circa 158 mila (più 1.2%) - ha avuto il pregio di presentare i "classici" del cinema e tante novità.

"Spostamento", la parola-chiave scelta dalla direttrice artistica Lili Hinstin per descrivere questa edizione del Festival funziona bene anche in relazione al tempo: passato e futuro. Al passato, si sono visti molti film spesso (ingiustamente) dimenticati, distribuiti in più sezioni e che hanno convogliato nelle sale un gran numero di spettatori. Fatto insolito per un’epoca come la nostra, in cui anche il cinema sembra obbedire alle leggi dell’obsolescenza programmata. Tra le grandi manifestazioni cinematografiche, del resto, Locarno è l’unica ad aver mantenuto questa buona tradizione; là dove Cannes e Venezia ci hanno ormai rinunciato, optando per la formula dei "classici restaurati". Era una rassegna tematica organica, invece, Black Light, con la sua cinquantina di titoli corredati dalla pubblicazione di due libri (il prossimo, in francese, uscirà nella primavera del 2020).
Curata da Greg de Cuir jr, la selezione proponeva un panorama internazionale sulla questione nera nel cinema del XX secolo, dall’Europa agli Stati Uniti, dall’America Latina ai Caraibi. Il curatore l’ha definita un "collage storico": iniziava nel lontano 1919 con Within Our Gates di Oscar Micheaux, il primo lungometraggio realizzato da un regista nero, per arrivare a un film di Jim Jarmusch amato dai cinefili come Ghost Dog: the Way of the Samurai del 1999. Passando per tutta una serie di titoli ben difficili da vedere altrove (qui recuperati in collaborazione con la Cinémathèque Suisse): per citarne solo alcuni, dal cinema antropologico di Jean Rouch (la versione integrale di Petit à petit) ai film dei grandi registi africani (La noire de… di Ousmane Sembène), dal cinema d’azione (Super Fly di Gordon Parks jr, Boyz’n the Hood di John Singleton) a La permission di Melvin Van Peebles, da Do the Right Thing di Spike Lee a Jackie Brown di Quentin Tarantino; più diversi "pezzi rari" come De cierta manera di Sara Gomez, primo lungometraggio diretto da una donna di origine africana nelle Americhe, o il melodramma Amor maldito di Adelia Sampao.
Numerosi anche nella retrospettiva i nomi di cineaste, a conferma della vocazione di questo 72° Festival di dare spazio al cinema delle donne. Non con la sola Black Light, però, Locarno ha reso omaggio a momenti della storia del cinema. Pensiamo, soprattutto, all’ottima iniziativa di premiare con il Pardo d’Onore Manor John Waters, massimo esponente di una poetica della trasgressione cui il cinema d’oggi pare aver rinunciato. L’omaggio al regista è stato accompagnato da sei dei suoi film, anche questi seguiti da un folto pubblico di festivalieri. Così coloro che - per ragioni anagrafiche o altro - non ne avevano mai avuto l’occasione, hanno potuto gustare lo humour beffardo di Waters (le schede del catalogo erano accompagnate dall’avvertenza "questo film contiene scene che potrebbero colpire la sensibilità di alcuni spettatori") in Pink Flamingos, Female Trouble, A Dirty Shame, Serial Mom, Cecil B.
Demented (proiettato in Piazza Grande), nonché Polyester, il mitico film in "odorama" accompagnato da una cartolina che lo spettatore doveva grattare per annusarne - seguendo le indicazioni dello schermo - aromi più e meno gradevoli. Ulteriori appuntamenti con la storia del cinema hanno accompagnato altri premiati di questa edizione come gli attori Hilary Swank e Song Kang-ho.
18.08.2019


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