Contro l'Ahlzeimer lo stile di vita può fare la differenza
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Cuore, dolci e fumo
killer della memoria
ARNALDO BENINI


La demenza dell’Alzheimer, che colpisce poco meno di un quarto della popolazione oltre i 65 anni, è una malattia terribile della quale si ha paura ancor pri-ma che insorga. La si teme anche per impedimenti cognitivi che, dopo i 65-70 anni, sono relativamente frequenti e non sono indizi di demenza. L’invecchiamento normale del cervello comporta il rallentamento cognitivo, specie della memoria e della concentrazione, ma la capacità di ragionare su se stessi e sul mondo e di comportarsi di conseguenza, è intatta. La demenza, invece, è la distruzione dei meccanismi nervosi della mente.
L’opinione, un tempo diffusa, che l’Alzheimer fosse inevitabile nell’età avanzata, è smentita da più della metà degli 85enni e oltre sani di mente. La stragrande maggioranza dei (pochi) centenari non ne soffre. Quando, a partire dai 65 anni, si ha qualche vuoto di memoria non si deve temere la demenza: si tratta, dicono gli psicologi, di smemoratezza senescente benigna. Il comportamento è normale, e quindi ne è consapevole solo chi la prova. Il blando impedimento cognitivo (indicato con Mci, mild cognitive impairment) è la condizione in cui viene a trovarsi il 15-20% della popolazione dopo i 65 anni.
Il dato più evidente è l’indebolimento della memoria, superiore alla media dell’età. Ciò comporta difficoltà (non trovare cose riposte poco prima, chiedere più volte la stessa cosa...) di cui s’accorgono familiari. Il comportamento non pregiudica la vita sociale. Indebolita può essere la capacità di imparare metodologie nuove. A metà degli Anni ‘80 l’irruzione dell’informatica mise in crisi milioni di persone avanti negli anni, che fino allora avevano lavorato bene. L’incapacità di imparare una tecnologia senza precedenti provocò la crisi della mezza età avanzata, con licenziamenti, prepensionamenti, retro-cessioni. I due stadi della senescenza psicologica non sono demenze. Più di tre quarti delle persone con Mci rimane in condizioni stabili. Ci sono miglioramenti senza cure, a conferma che l’Mci non è demenza, la quale, una volta insorta, peggiora sempre. La probabilità della demenza dopo i 65 anni non supera il 35%. L’allungamento della durata della vita (della vecchiaia) aumenta il numero dei dementi. Nel mondo sono circa 50 milioni, il triplo nel 2050. L’aumento medio della durata della vita di sei anni e tre mesi ne ha fino ad ora raddoppiato il numero.
La demenza si svolge in quattro stadi di 2-3 anni. La sopravvivenza, dopo la diagnosi, è di 8-10 anni. La memoria cala fino a scomparire, e il comportamento è sempre più incongruo. Fin quando il paziente è consa-pevole del decadimento, manifesta insofferenza, vergogna, depressione. Poi lo avverte saltuariamente con scoppi di disperazione. Nessuna cura rallenta la distruzione della personalità.
Nel 1906, il neuropatologo e psichiatra tedesco Alois Alzheimer descrisse, nel cervello di una demente accumuli di sostanze, dette amiloidi, fra i neuroni e di fibre dentro i neuroni. L’entità fu chiamata Morbo di Alzheimer, anche se Alzheimer, nell’unico trattato sulla demenza, del 1911, avvertì che identici reperti si trovavano in persone decedute in tarda età sane di mente. La tarda età era rara, perché la vita durava in media 45 anni. La demenza iniziò a manifestare la sua gravità a partire dagli Anni ‘80, quando l’attesa di vita era di 78 anni. La ricerca scientifica tese unicamente a debellare amiloidi e neurofibre. Dopo un quarto di secolo il risultato è sconcertante: le due sostanze, frequenti dai 45-50 anni in poi, non sono, con certezza, la causa della demenza. Alzheimer aveva visto giusto. Le industrie farmaceutiche, tranne tre, hanno sospeso la ricerca.
Oggi si pensa che le cause siano diverse. Nonostante ciò, ignorando i dati scientifici attuali, istituzioni, medici e giornali insistono sulla necessità della diagnosi precoce, cioè della verifica della presenza delle due sostanze nel cervello di persone sane, per poter prevenire in tempo la demenza. Come, se non ne sono la causa? A chi raccomandare le indagini se placche e fibre si trovano anche nei bambini? La loro presenza non consente di prevedere se la demenza insorgerà e quando. Simili analisi, che non servono a niente, sono problematiche dal punto di vista etico. Esse anticipano l’angoscia di una malattia che in tre quarti delle persone con amiloidi e neurofibre non insorgerà. Dato recente e incoraggiante, è la diminuzione dell’incidenza annuale di nuovi colpiti. Ciò non comporta la diminuzione del numero dei dementi, ma indica provvedimenti che prevengono il male. Il dato più eclatante è che la diminuzione dell’incidenza annuale è andata di pari passo con la diminuzione dei disturbi cardiovascolari.
A partire dal 2003 studi epidemiologici in varie parti del mondo hanno dimostrato che l’osservanza delle tradizionali raccomandazioni per vivere meglio e più a lungo diminuiscono dal 30 al 50% il rischio della demenza. L’Organizzazione mondiale della Sanità, nel 2017, ha posto al vertice delle priorità per contrastare la demenza la prevenzione e la cura tempestiva di disturbi cardiovascolari, soprattutto della micidiale ipertensione arteriosa nell’età di mezzo, del diabete, del sovrappeso, della depressione. Alcolismo e abuso di nicotina sono deleteri. Si raccomanda esercizio fisico. Questi sono provvedimenti da raccomandare e non la ricerca di sostanze incolpevoli. L’unica prevenzione di cui è accertata l’efficacia, anche se parziale, è questa. Fondamentali per i colpiti sono le misure palliative, in famiglia fin quando è possibile, poi in case protette, per consentire loro di vivere come il cervello sconvolto permette, senza ferirne la dignità.
L’aumento del numero dei dementi, nonostante il contenimento dell’incidenza annuale, è ovunque un problema medico ed economico di prima grandezza. Va affrontato col presupposto che altro, per le sfortunate vittime, non è possibile fare.
04.11.2018


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