Il business criminale sui migranti lungo i confini balcani
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Gli oggetti che narrano
il passaggio dei profughi
NICOLA FORNACIARI E GABRIELE GATTI DA BIHA


Dalla fine di aprile 2018 il transito di migranti attraverso Albania, Montenegro, Bosnia-Erzegovina e Croazia è diventato il percorso più battuto delle rotte balcaniche. Le sempre più restrittive politiche dell’Unione Europea in materia di gestione dell’immigrazione hanno determinato una deviazione del flusso di persone e, con l’arrivo del rigido inverno balcanico, all’organizzazione di nuovi campi profughi. Ad agosto l’Alto Commissariato della Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) registrava circa 5.000 migranti nelle città di Biha e Velika Kladuša, nel nord della Bosnia. La presenza di così tante persone in difficoltà in un territorio con una superficie così ridotta, ha rappresentato un’occasione per l’inserimento di diverse organizzazioni criminali legate al traffico di esseri umani.
I trafficanti o "smugglers", si sono infatti ricavati un mercato impossibile da quantificare basato sui passaggi da Bosnia e Serbia verso Paesi come Italia, Svizzera e Germania. Chi controlla il traffico ha infatti contatti diffusi in tutti i nuovi campi in Bosnia e in quelli già attivi da tempo in Serbia, che permettono loro di monitorare i nuovi arrivi dalla Grecia e di recuperare "clienti". I trafficanti si affidano ai cosiddetti "runners" per svolgere i lavori pericolosi.
"I runners - dice Diego Saccora, operatore sociale e volontario a Bihać da inizio 2018 - sono spesso individui di giovane età che si trovano invischiati nel traffico a causa delle condizioni di fragilità e ricattabilità proprie della condizione di migrante. Vengono utilizzati per guidare i gruppi di migranti lungo i percorsi verso i confini".
Non mancano inoltre i contatti tra gli "smugglers" e alcuni locali, senza i quali sarebbe impossibile conoscere i diversi sentieri che portano oltre i confini, attraverso i boschi. Risalendo la filiera si può evincere che la maggior parte del denaro viene spedito in Paesi come Turchia e Pakistan.
Ogni gruppo in partenza è formato da 7-8 persone e comprende uno o più runners e smugglers. Il runner conduce il gruppo di migranti verso il luogo di passaggio e lo accompagna fin oltre i confini di Croazia e Slovenia. Un ruolo fondamentale lo giocano i furgoni e i taxi che portano i migranti che possono permettersi di pagare la tratta vicino ai confini europei. Ogni gruppo ha però scarse probabilità di raggiungere la propria meta poiché i boschi a ridosso dei confini sono massicciamente controllati dalla polizia croata che, dopo aver arrestato e registrato i migranti, li respinge in Bosnia. Nei territori di Biha e Velika Kladuša esistono 4 principali vie di respingimento. I luoghi, strategicamente vicini al confine, sono nei pressi delle località bosniache di Lohovo, Poljana, Kulen Vakuf e Zavalje.
I migranti respinti vengono accolti dai trafficanti che li perquisiscono a loro volta, concentrandosi soprattutto sulla ricerca e distruzione di microcamere o trasmettitori per prevenire la fuga di notizie e immagini. L’obiettivo è verosimilmente quello di evitare che le persone di ritorno dalla Croazia forniscano foto o informazioni sulle pratiche a cui sono sottoposti.
Un’altra misura presa nelle operazioni di respingimento è la distruzione dei documenti rilasciati al momento dell’identificazione ed espulsione. Grazie alla loro ricostruzione è però possibile determinare che i migranti vengano respinti da Slovenia, Croazia, Montenegro e Ungheria. La presenza dei documenti in Bosnia e il fatto che siano datati pochi giorni prima del ritrovamento, colloca i migranti a più confini di distanza confermando dunque i respingimenti da parte di Paesi appartenenti all’area Schengen o all’Unione europea.
La presenza delle organizzazioni criminali e i respingimenti illegali verso la Bosnia-Erzegovina stanno contribuendo a creare un’ulteriore frattura nel tessuto sociale del Paese che si ritrova, ancora una volta, nell’occhio di un ciclone che non accenna a placarsi.
10.02.2019


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