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Il Pdc svolta e adesso dal nome vuol levare la "c"
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"L'etichetta cristiana?
È meglio parlare di valori"
CLEMENTE MAZZETTA


I cattolici quando guardano in modo serio alla politica, non guardano alle etichette". Tranchant. Roby Noris, presidente di Caritas Ticino, non ha mezze misure. Il fatto che a novembre il Pdc, il Partito democratico cristiano, forse cambierà nome, togliendo la ‘c’ di cristiano, non lo scompone. Scompone ancor meno don Gianfranco Feliciani, parroco di Chiasso: "È un segno dei tempi. Il  fatto cristiano deve ispirare la dimensione politica. Non diventare partito".
Il fatto è che il Pdc vuol liberarsi della lettera "C" di cristiano perché sarebbe un "handicap" nella ricerca di nuovi consensi. Se ne parla da anni, ma non s’è mai fatto niente. Questa volta è diverso, la svolta è avvalorata da un sondaggio. Il risultato non lascerebbe scampo: il 53% dei membri del Pdc e il 79% di chi lo vota, preferirebbe un’altra "c". Quella di "centro" ("mitte" in tedesco). Il sondaggio è complesso, ipotizza  nomi, sensibilità, affastella percentuali, numeri, concetti trasversali. La sintesi è che l’etichetta di "c", cristiano appunto, è fuori mercato. La "c" di centro, sarebbe meglio. Fra una "c" e l’altra, in ballo ci sarebbe un potenziale di crescita del 3%.
La notizia del cambio del nome, non pare aver scombussolato il mondo cattolico in Ticino, dove il problema non esisterebbe, visto che nel 1970 l’allora Partito conservatore cambiò il nome in Ppd. Ma esiste come riferimento al partito nazionale. "Mi sembra che il presidente del Pdc, Gerhard Pfister, l’abbia ridotto ad una questione di marketing - osserva Claudio Mésoniat, di Comunione e Liberazione -, prestando il fianco ad una inevitabile accusa di trasformismo. La ‘c’ si può lasciare o si può togliere, ma quel che non si può evitare è di fare i conti con il dna del proprio partito: la dottrina sociale cristiana. Che non è un ferro vecchio ma uno strumento che ogni generazione deve ripensare e rigiocare nelle condizioni storiche che cambiano". Per Mésoniat andrebbe liberata la creatività che nasce dal basso, dalla società, dalle persone "coniugando sussidiarietà e sostenibilità, intesa come cura dell’ambiente come ripete sempre papa Francesco".
È però finito, da tempo, il collateralismo, l’appoggio al partito cristiano da parte delle associazioni cattoliche, dice Luigi Maffezzoli dell’Azione Cattolica: "Premesso che siamo una associazione ecclesiale che, come la Chiesa, non ha alcun partito di riferimento, quella del nome è una questione tutta interna al Pdc. Interessa i cattolici presenti in quel partito, non il mondo cattolico in quanto tale". L’Azione cattolica nel secolo scorso sfornò numerosi dirigenti dell’allora partito conservatore, poi Ppd. "Che i consiglieri federali Enrico Celio e Motta fossero presidenti dell’Ac è vero. Ma nell’altro secolo, nell’altro millennio. Oggi - aggiunge - crediamo che i cattolici, indipendentemente dal partito a cui appartengono, possono ritrovarsi a riflettere sui temi che ci stanno a cuore perché derivano dal vangelo".
Il problema non è l’etichetta, non è la "C", il problema è l’identità, i valori, conclude Roby Noris: "Semplicemente questo partito, il Pdc, non ha più un’identità cristiana da difendere con il nome. Sta semplicemente cercando di adeguarsi, senza più un riferimento preciso come in passato".
cmazzetta@caffe.ch
(2 - continua)
29.08.2020


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