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L'analisi
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Se il dovere del partito
condiziona i suoi leader
NENAD STOJANOVIĆ, POLITOLOGO


Nelle settimane precedenti l’elezione di Marco Chiesa alla presidenza dell’Udc svizzera molte testate d’oltralpe hanno messo in evidenza una certa sensibilità sociale e ecologica del candidato ticinese. Alcuni hanno rispolverato le sue risposte a un questionario "smartvote" in cui si è detto "piuttosto favorevole" all’iniziativa sui ghiacciai (che chiede che entro il 2050 la Svizzera rinunci all’energia da fonti fossili), ai sussidi della Confederazione per energie rinnovabili e persino al "road-pricing" sulle strade congestionate. Altri invece si rallegrano della sua apertura sul sostegno statale per gli asili nido e soprattutto del suo voto, l’anno scorso in Consiglio nazionale, in favore del congedo paternità di due settimane, in netto contrasto con la posizione della maggioranza dell’Udc. Ed ecco che su un giornale del gruppo "Ch media" abbiamo potuto leggere un titolo di questo tenore: "La politica sociale dell’Udc si rafforzerà grazie a un presidente ‘di sinistra’ come Marco Chiesa".
È infatti vero che in seno al Gruppo Udc al Consiglio nazionale, di cui era membro dal 2015 fino alla sua elezione al Consiglio degli Stati nel novembre scorso, Chiesa si situava nell’ala "di sinistra" dell’Udc. Un rating parlamentare effettuato dalla ditta Sotomo, costruito sulla base dei voti dei singoli deputati, mostra che nel 2018, su una scala da -10 (sinistra) a  10 (destra), Chiesa aveva un valore di  8, identico a quello del leghista Lorenzo Quadri ma chiaramente di destra rispetto a tutti gli altri deputati ticinesi, da Roberta Pantani (  7,4) a Marina Carobbio (-9,8), passando da Rocco Cattaneo ( 2,1), Giovanni Merlini ( 1,2), Fabio Regazzi (0) e Marco Romano (-0,6).
Ma c’è un altro aspetto importante di cui bisogna tenere conto e che contraddice la tesi secondo cui un Marco Chiesa "ecologico e sociale" possa - e voglia - dare un’impronta in questo senso all’insieme dell’Udc svizzera: di regola, in effetti, è il partito che cambia la o il presidente, e non viceversa. In altre parole, raramente la persona che dirige un partito riesce, da sola, a modificare la linea dominante. Se sa che la sua posizione su determinati temi è minoritaria, preferisce seguire la maggioranza piuttosto che insistere sulla propria opinione. La ragione è evidente: nessun presidente vuole essere ai margini del proprio partito, e quindi preferisce cedere sulle proprie opinioni politiche per avere più potere per altri compiti che gli spettano, fra cui quello di tenere il partito unito e di rappresentarlo con una certa credibilità verso l’esterno.
Questa tesi di fondo è rafforzata dal contesto istituzionale specifico alla Svizzera e in particolare dal federalismo. Anche se un presidente riuscisse a portare la maggioranza del comitato direttivo e del gruppo parlamentare dalla sua parte, non è detto che le sezioni cantonali e comunali - tuttora molto autonome nelle loro scelte - seguiranno.
D’altronde è Chiesa stesso a confermare la tesi principale di questo articolo: nonostante avesse votato, in Parlamento, a favore del congedo paternità, già nelle settimane precedenti la sua elezione alla presidenza dell’Udc si è prudentemente dichiarato contrario, invitando le cittadine e i cittadini a inserire nelle buste o nelle urne un "no" secco il prossimo 27 settembre. Manifestamente qualcuno lo ha ricondotto all’ovile. Oppure ha ritrovato da solo la retta via.
22.08.2020


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