1/ Il legame dei partiti con chi crea "capitale sociale"
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L'ambiguo rapporto
tra politica e cultura
LIBERO D'AGOSTINO


Tra i politici c’è ancora chi alla parola cultura metterebbe subito mano alla pistola e chi, invece, pensa solo ai generosi sussidi pubblici. Ma c’è anche chi s’illumina di grandi visioni. Come quelle che hanno portato alla nascita dell’Usi, l’Università della Svizzera italiana, del Lac di Lugano, del PalaCinema di Locarno e di altre iniziative, meno note, che hanno però arricchito il panorama culturale del cantone. Il rapporto tra cultura e partiti è assai complesso e discontinuo, a tratti persino ambiguo.
Le grandi istituzioni culturali realizzate negli ultimi 25 anni sono indubbiamente targate Plrt. Senza la determinazione dei liberali radicali Giuseppe Buffi, all’epoca consigliere di Stato, e dell’ex sindaco di Lugano Giorgio Giudici, in Ticino non ci sarebbe stata l’Usi. Un progetto sollecitato e incoraggiato nel ’91, quando era presidente della Confederazione, dal popolare democratico Flavio Cotti.  Senza la tenacia dell’ex municipale plrt Giovanna Masoni, Lugano non avrebbe avuto il Lac, almeno nella grandiosità odierna; mentre Locarno deve alla risolutezza dell’ex sindaca liberale radicale, Carla Speziali, la costruzione del PalaCinema.
Sempre nel campo accademico, è il popolare democratico Renzo Respini, ministro dal 1983 al 1995, l’artefice della Facoltà di Teologia di Lugano, il grande sogno del vescovo Corecco. Negli anni a seguire, della politica culturale del Ppd si ricorderanno solo le polemiche moraleggianti contro il Festival del Film.
Sul versante leghista, a parte il sostegno convinto di Giuliano Bignasca al progetto dell’Usi, si è persino allergici alla parola cultura. Si è sparato a palle incatenate contro il Lac e il Festival del Film, si attacca frontalmente la Rsi, accusandola di essere al servizio della sinistra. Per il leghismo la cultura va inchiavardata nella difesa dell’identità territoriale, tutto il resto servirebbe solo a camuffare il "fallimentare multiculturalismo".
A sinistra l’impegno culturale è rimasto inquinato dal dogmatismo del "politically correct". Sul piano istituzionale si devono, invece, al ministro socialista Manuele Bertoli la nuova legge sul sostegno alla cultura, i recenti accordi con i principali Comuni per pianificare gli investimenti nel campo culturale, il decisivo apporto alla nascita del Forum per l’Italiano in Svizzera e del Masi, il Museo d’arte di Lugano.
Se questi sono, nelle linee generali, i rapporti tra partiti e cultura, va ricordato che solo da una decina di anni si è affermata la consapevolezza che gli investimenti in questo settore generano un notevole ritorno economico. Inoltre, in un cantone che nel 2017, ha registrato 8.329 eventi culturali (ultimo dato ufficiale), che vanta due siti Unesco, 25 musei e 94 strutture tra spazi museali, culturali o espositivi, si è cominciato a capire quanto sia importante quella cultura diffusa sul territorio, capace di coinvolgere strati più ampi di popolazione, con ricadute importanti per la convivenza sociale.
Il Ticino ha oggi un patrimonio di beni materiali e immateriali capace di generare non solo attrattività turistica e indotto economico. Ma soprattutto qualità di vita, capitale sociale e un senso di comunità inclusivo, contrapposto a quel comunitarismo etno-identitario che ha gravemente devastato lo spazio pubblico negli ultimi anni. È anche su questa dimensione della cultura che va commisurato l’impegno dei partiti.

ldagostino@caffe.ch
(1 - continua)
14.07.2019


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