L'offensiva "rossa" sugli gravi fiscali e gli orari dei negozi
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Da sinistra brutta aria
per le imprese ticinesi
LIBERO D'AGOSTINO


Il braccio di ferro sul salario minimo, l’ultimo affondo del sindacato Unia contro la nuova legge sugli orari dei negozi, ma soprattutto la netta opposizione al secondo pacchetto di sgravi fiscali del ministro delle Finanze Christian Vitta. Da sinistra tira brutta aria per l’economia. Oddio, non è che prima spirasse chissà quale buon vento. Ma ora si profilano tempi più burrascosi con un partito socialista ringalluzzito dal 7 aprile, pungolato dalla concorrenza dell’Mps e condizionato ad una strategia d’attacco dall’alleanza elettorale rossoverde per l’assalto a Berna.
Il Ps è deciso a battersi contro "i soliti dogmi liberisti che fanno solo l’interesse di pochi" ha avvertito il presidente Igor Righini, e il primo, più congeniale, campo di battaglia sarà quello fiscale. Contro i nuovi sgravi per le aziende e le persone fisiche, che per i socialisti favorirebbero soltanto "i grandi gruppi internazionali e le persone particolarmente facoltose". Ma non c’è solo il fisco a scavare un fossato tra partito socialista e mondo economico. Al Ps, e alle altre forze della sinistra, gli ambienti imprenditoriali rimproverano di aver fatto da vigoroso controcanto allo sfascismo della destra populista, Lega e Udc, nell’accreditare la percezione di un’economia da rapina. Quando, invece, negli ultimi dieci anni sono stati creati 30mila nuovi posti di lavoro a tempo pieno, di cui 10mila occupati da residenti.
Si rimprovera di aver fomentato un’ostilità diffusa verso gli imprenditori e di "rallegrarsi, persino, quando qualche multinazionale lascia il Ticino". Ma, soprattutto, di aver messo sotto sorveglianza speciale il mercato del lavoro in un cantone che ha già il più alto numero di contratti normali (imposti dal governo) e il più alto numero di controlli sulle aziende di ogni settore. In altre parole, di minacciare la libertà d’impresa.
Le associazioni imprenditoriali non negano che ci siano sacche di disagio economico e scompensi nel mercato del lavoro. Ma si tratta, ribadiscono, di "criticità non imputabili all’economia", effetto diretto, invece, anche delle laceranti trasformazioni sociali di questi anni e dell’imprevidenza politica nel fronteggiarli per tempo. L’elenco è lungo: l’allarmante aumento delle famiglie monoparentali che vanno a gonfiare le statistiche dell’assistenza pubblica, infoltite, peraltro, da un 50% di giovani privo di una qualsiasi formazione; un orientamento professionale burocratizzato e poco calibrato sulla reale evoluzione del mondo del lavoro; il peso eccessivo dei premi delle casse malati e di altri oneri parafiscali che hanno impoverito pure le fasce basse del ceto medio e, non da ultimo, quel consumismo sventato, finanziato col ricorso al piccolo credito, che ha pesantemente indebitato migliaia di famiglie.
Da sinistra è stato preannunciato un referendum contro gli sgravi fiscali che, nelle intenzioni di Vitta, dovrebbero incoraggiare le aziende a statuto speciale a restare in Ticino anche dopo l’abolizione della tassazione agevolata. Più di 1350 società che finora hanno garantito un gettito fiscale annuo di una novantina milioni di franchi. Entrate indispensabili per coprire i costi dell’aiuto sociale. Per permettere a 50mila residenti di non pagare un soldo di imposte e distribuire ad oltre 100mila ticinesi 290 milioni in sussidi per le casse malati.

l.d.a.
(4 - fine / Le precedenti puntate sono state  pubblicate domenica 16, 23 e 30 giugno)
07.07.2019


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