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Il barometro politico vira verso la tempesta
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In Italia scricchiola
la pace imposta da Draghi
FRANCESCO ANFOSSI DA ROMA


Attualmente la chiamano "pax draghiana". È la pace dei partiti che in Italia sostengono il governo di Mario Draghi. Ma sarebbe meglio chiamarla tregua, perché è destinata a non durare a lungo. Il barometro del rissoso mondo politico italiano segna la calma piatta, o quasi, poiché bisogna ancora uscire dalla pandemia (la campagna di vaccinazione affidata al generale Francesco Paolo Figliuolo procede a passo d’alpino con mezzo milione di immunizzati al giorno) e mandare a casa il governo ora sarebbe avvertito dagli italiani come una mancanza di responsabilità. Non gliela perdonerebbero. Oltretutto Draghi, con il suo governo misto tecnico-politico, è in testa ai sondaggi sul gradimento, persino quelli internazionali, addirittura sopra Angela Merkel e Emmanuel Macron.
Ma l’ampia coalizione dei partiti che lo sostiene (con l’unica eccezione di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, dove convivono la destra e gruppi con venature post-fasciste) non starà a guardare: il leghista Matteo Salvini, il vecchio fondatore di Forza Italia Silvio Berlusconi o il neo segretario della sinistra Pd Enrico Letta hanno bisogno di visibilità per ottenere consenso. Non parliamo poi dell’ex premier Giuseppe Conte, scelto da Beppe Grillo per mettere insieme i cocci del movimento populista dei Cinque Stelle in crisi di identità, lacerato da numerose anime, soprattutto dopo l’uscita del "regista" Davide Casaleggio, inventore della famigerata "piattaforma Rousseau", il sistema informatico con cui i grillini votavano (o si illudevano di votare) ogni decisione della segreteria.
Al momento Draghi, ex presidente della Banca centrale europea e uomo concreto, sembra ignorare totalmente questo scenario politico. Nelle riunioni parla poco, non segue le solite liturgie istituzionali, cala le sue decisioni senza consultare i segretari di partito o gli altri ministri, come la nomina del nuovo commissario della compagnia di volo Alitalia, preferisce un approccio da Consiglio di amministrazione piuttosto che da Consiglio dei ministri. Ma, come detto, non durerà a lungo. E il perché non è difficile da intuire.
C’è l’appuntamento delle elezioni amministrative d’autunno e una campagna elettorale che vedrà tra l’altro il rinnovo dei sindaci delle più importanti metropoli italiane, a cominciare a da Roma e Milano. E soprattutto c’è la gestione di un tesoro, di una montagna di denaro: quella proveniente dal Next Generation Ue Plan della Commissione europea che assegna all’Italia per risollevarsi dalla pandemia  e fare ingenti riforme, dall’ambiente alla giustizia, 220 miliardi di franchi, di cui ben 74,8 miliardi di franchi a fondo perduto.
Davvero i partiti se ne staranno buoni mentre Draghi e i suoi otto ministri tecnici provvederanno a finanziare i vari progetti? Probabilmente staccheranno la spina al momento opportuno, esattamente come fecero nel 2012 con il governo tecnico di Mario Monti, economista ed ex presidente dell’Università Bocconi, voluto dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per far fronte a una tempesta finanziaria che stava mettendo in ginocchio il Paese. Una volta finita la tempesta, pagata con un salasso micidiale dagli italiani (attraverso tasse e riforma delle pensioni), i partiti si riappropriarono tranquillamente del governo e ripresero a litigare. Come sempre.
Oltretutto mancano due mesi al cosiddetto "semestre bianco", gli ultimi sei mesi del mandato di sette anni del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, grande sponsor di Draghi. Chi sarà il successore? Potrebbe essere proprio l’attuale capo di governo: una scelta che vedrebbe anche i partiti ben contenti della sua salita al Quirinale, poichè toglierebbe dalla scena politica uno protagonista terribilmente popolare oltre che ingombrante.
19.06.2021


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