function iscriviti() {window.open("http://ads.caffe.ch/ppl/","_blank","width=620,"menubar=no","resizable=no","scrollbars=no")};

Gli Usa dopo 20 anni lasciano il Paese ormai devastato
Immagini articolo
La guerra senza fine
e vincitori in Afghanistan
R.C.


Sono passati vent’anni. Venti, difficili anni da quando le truppe Usa insieme a quelle del Regno Unito, sono entrate in Afghanistan, dove era in corso una guerra civile. Un intervento legato agli attentati dell’11 settembre 2001 e la caccia a Osama bin Laden. Il capo di al Qaeda è stato poi ucciso il 2 maggio 2011. Ora il presidente Usa Joe Biden ha detto basta. "È ora di porre fine a questa guerra". Ma da che cosa è stato originato il conflitto? Cosa è succeso in questi venti anni? Cosa succederà dopo il ritiro delle truppe? Ne parlano tre esperti, nelle analisi qui sotto.


L’origine
Il delitto di Massoud e i dubbi di Bush dopo l’11 settembre
Lorenzo Cremonesi

Se riguardiamo con attenzione a quel cruciale 9 settembre di vent’anni fa potremo iniziare a cercare di capire la complessità dello scenario che caratterizzò la guerra Afghana al suo incipit. Mancavano solo due giorni agli attentati dell’11 settembre 2011, le cui conseguenze pesano tutt’ora gravi sull’intera comunità internazionale. Allora due algerini francofoni si finsero giornalisti per poter intervistare Ahmad Shah Massoud, meglio noto come il "leone del Panshir", leader d’origine tagika della cosiddetta "Alleanza del Nord", ovvero l’insieme di forze afghane coalizzate contro lo strapotere del regime talebano. I due erano in realtà militanti di Al Qaeda inviati da Osama Ben Laden per assassinare colui che poteva rappresentare ai suoi occhi una grave minaccia. Il complotto ebbe successo: la bomba nascosta nella loro telecamera uccise Massoud e i due furono a loro volta eliminati dalle guardie del corpo tagike. Sul momento venne letto come un incidente locale. Ma 48 ore dopo la logica dell’attentato divenne palese: Bin Laden sapeva bene che gli americani non sarebbero rimasti fermi e avrebbero scatenato una rappresaglia durissima per catturare i responsabili dell’attacco contro il loro territorio. E Massoud sarebbe stata una pedina fondamentale della loro strategia di conquista dell’Afghanistan per eliminare radicalmente Al Qaeda e i suoi protettori.
Alla prova dei fatti, proprio la mancanza di alleati fidati sul campo e la riluttanza iniziale di George Bush ad inviare truppe americane di terra si rivelarono un grave handicap per la coalizione legata a Washington. Furono poi necessari dieci anni per uccidere Bin Laden. E, quando avvenne, questi era diventato un terrorista ridotto all’ombra di sé stesso.
L’attacco americano si svolse soprattutto dall’aria, ricorrendo a poche truppe scelte contro i bastioni di Al Qaeda, specie contro il dedalo di trincee e gallerie primitive a Tora Bora, al confine col Pakistan. L’insieme di capi tribali e milizie locali disposte a cooperare con il Pentagono miravano soprattutto a lucrare sulle promesse di pagamento. I Talebani si dissolsero come neve al sole di fronte alla potenza tecnologica alleata. Ma non furono eliminati. Trovarono rifugio in Pakistan. Meno di cinque anni dopo erano tornati all’offensiva e adesso paiono vincenti.


Il conflitto
La lotta al jihadismo dai tempi lunghi senza alleati locali
Guido Olimpio

La prima. L’America di Bush doveva reagire dopo l’attacco dell’11 settembre. Un massacro non solo terroristico, ma capace di mettere in discussione la sicurezza della più grande potenza mondiale. Di fatto al Qaeda ha bombardato le due più importanti città nemiche, New York e Washington. Operazione mai riuscita. Mandando prima le unità speciali, poi un intero contingente multinazionale, il presidente americano ha puntato a spazzare via le basi dei militanti e il network di appoggio garantito dai talebani. La fazione fondata da Osama ha dovuto ripiegare, lo stesso leader ha pagato con la vita la sua sfida. L’idea però non è morta.
La seconda. La lotta al jihadismo si è sviluppata in parallelo con una strategia di contrasto di regimo avversari. Dopo l’Afghanistan è arrivata la disastrosa invasione dell’Iraq con la cacciata di Saddam Hussein. Grandi missioni militari che dovevano sostenere l’esportazione di un modello di governo. Gli ideologi Usa erano convinti - non so fino a che punto - che ci fossero margini di successo anche se qualche esperto li aveva messi in guardia perché già si intravvedeva il problema di fondo: mai iniziare un conflitto se non hai un progetto politico chiaro e praticabile.
Naturalmente questo non dipendeva solo dalla Casa Bianca e dai suoi alleati. Serviva una sponda locale, impossibile per le fratture interne, i contrasti, le strutture carenti, le infiltrazioni esterne, il peso dei talebani. Pensate poi all’influenza degli attori circostanti: Iran, Russia, Cina, Pakistan e India. Ognuno con i copioni da recitare, le mire e le ambizioni, i burattini da agitare.
La terza. C’era anche l’esigenza di presidiare un "corridoio" geografico che da nord scende verso sud. Da sempre quella regione è la terra del Grande Gioco, con molti interessi in ballo.
La Storia insegna che l’Afghanistan si è tramutato nella tomba degli Imperi. Ha piegato britannici, sovietici e dissanguato gli occidentali, stretti dalla necessità di tenere a bada i "radicali" e la consapevolezza di uno sforzo senza sbocchi.
È arrivato il momento del tutti a casa - sempre che sia così, lo vedremo nei prossimi mesi - in un mondo piegato da altre emergenze.


Le prospettive
Un ritiro senza pace dalla terra dove cresce solo l’oppio
Luigi bonanate

Se era una "guerra al terrorismo" quella che il presidente Bush aveva dichiarato il 20 settembre 2001 all’Afghanistan, colpevole di ospitare e proteggere Osama bin Laden e il mullah Omar, e finirà con il suo ventesimo compleanno, come il presidente degli Stati Uniti Biden ha annunciato, bisogna parlare di una guerra perduta. Bisognerebbe valutare anche se vera guerra sia stata, perché in effetti si è trattato, piuttosto, di una "occupazione", che è ancora peggio: mentre le guerre, per definizione, finiscono, le occupazioni possono avere destini vari. Anche l’intenzione di sconfiggere il terrorismo è stata vana se, dopo le migliaia di attentati in questi 20 anni, nei tre mesi passati si sono avute addirittura 573 vittime civili. Nei due decenni, infine, il prodotto nazionale di papaveri da oppio è, ogni anno, raddoppiato immettendo sul mercato mondiale tonnellate di eroina.
Se a tutto ciò è servita la guerra, tanto più quando venne estesa alla distruzione dell’Iraq, colpevole di aver ospitato bin Laden, viene spontaneo osservare che non soltanto le guerre sono sempre sbagliate, ma anche inutili, perché i risultati attesi delle guerre non ci sono mai! Questa è la condizione più importante e/o drammatica della decisione - in se stessa giusta: andarsene dall’Afghanistan - che da oggi in poi deciderà le sorti di quell’infelice Paese, in guerra con l’Urss dal 1979 al 1989, e poi dal 2001 al 2021, e che non sa neppure che cosa sia la pace.
Le trattative di pace di Obama, dello stesso Trump, e ora di Biden, non hanno prodotto alcun frutto. Formalmente l’Afghanistan ha un presidente legittimo e una popolazione ufficialmente pacificata; ma è davvero difficile che il ritiro degli Stati Uniti e degli alleati Nato liberi il Paese dai suoi problemi, che sono anche geografici, appoggiato com’è tra Pakistan, maldestramente protetto dagli Stati Uniti, e Iran la politica nucleare del quale tiene in ansia gli americani.
Una guerra sbagliata e perduta: non è un buon bilancio ma può essere una lezione di saggezza. I duemila miliardi di dollari che gli Usa hanno speso in questa guerra potranno - se non essere risparmiati - venire almeno investiti in iniziative migliori.
17.04.2021


Leggi in anteprima
le notizie del Caffè

LE FIRME DEL CAFFÈ
Loretta Napoleoni
Loretta Napoleoni
L'"Obiettivo 2050" è...
carbonio a livello zero
Lorenzo Cremonesi
Lorenzo Cremonesi
"Le navi delle ong
attirano i barconi"
Guido Olimpio
Guido Olimpio
La vita delle confraternite
gira alla roulette del destino
Luigi Bonanate
Luigi Bonanate
I movimenti verdi europei
colorano la sbiadita politica
Filippo Ceccarelli
Filippo Ceccarelli
Il governo MaZinga
nella crisi dell'Italia
Elisabetta Moro
Elisabetta Moro
Un viaggio tra i popoli
sull'idea del nuovo inizio
Luca Mercalli
Luca Mercalli
La protesta dei giovani
dalla piazza vada nelle urne
Chiara Saraceno
Chiara Saraceno
Si pensi anche ai costi
causati da altre limitazioni

IT Illustrazione
Cover stories
Sfoglia l'archivio »
La lettura
Leggi »
Instant book
Leggi »
I racconti
Leggi »
Altre
pubblicazioni


Per le tue vacanze
scopri il Ticino
Vai al sito »



Vai al sito »



Le infografie


I video della settimana
Inviate i vostri video a caffe@caffe.ch

Merkel e Macron:
“Con Ankara
si deve
dialogare”

Armenia,
al voto
dopo
la guerra

DIREZIONE, REDAZIONE
E PUBBLICITÀ

via B. Luini 19 6600 Locarno
Svizzera

caffe@caffe.ch
+41 (0)91 756 24 00