Il nuovo premier italiano è partito con il suo governo
Mario Draghi ha giurato,
a Roma tramonta lo show
FILIPPO CECCARELLI DA ROMA
Ci si aspetta il miracolo, ma in Italia è già cambiata l’aria: più rito, meno show, più istituzioni e meno emozioni. Puntualità, precisione, compostezza, essenzialità e un pizzico di indispensabile noia. A chi verrebbe in testa d’altra parte di andarsene in vacanza col governo di Mario Draghi?
La cerimonia del giuramento al Quirinale, il palazzo del presidente della Repubblica, e il successivo scambio di consegne a Palazzo Chigi (sede del governo) annunciano la mutata atmosfera nei palazzi del potere annunciando una stagione di inedita misura, un restringimento di ordine politico e sentimentale, il tramonto del trallallà. O almeno, in tempi non lontani, questo genere di adempimenti erano vissuti come una specie di festa, per cui negli ampli saloni del Colle, sotto gli immensi lampadari, i giornalisti andavano a caccia di immagini, stati d’animo, pettegolezzi; notavano i colori e le stoffe dei vestiti delle ministre, indagavano sui sorrisoni dei presidenti, si soffermavano sulle loro famiglie scrutando chewing gum, risatine inopportune e improvvide lacrimucce. Il tutto confluiva nell’apoteosi fotografica, di norma tendente al genere studentesco-ridanciano. Ecco, niente di tutto ciò, o pochissimo. Le mascherine nascondevano i sorrisi e il distanziamento ha abrogato le strette di mano. Così, se il presidente Sergio Mattarella non è mai stato un tipo espansivo, ieri Draghi assomigliava a una statua, oltretutto sull’attenti. I ministri salutavano i presidenti con un lieve cenno del capo, alcuni portandosi una mano sul petto (dove l’hanno visto fare?); nessuno di quelli che Draghi ha scelto personalmente ha mostrato qualcosa fuori posto sul piano dei segni, del costume, del colore – forse solo il titolare dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, ha giurato con un foglio bianco che gli fuoriusciva dalla tasca della giacca.
Idem a Palazzo Chigi dove negli anni la liturgia dell’avvicendamento ha alimentato sotto lo sguardo delle telecamere leggende comiche e campionati di malizia culminati nelle immagini di Enrico Letta che consegnava il campanello nelle mani di Matteo Renzi con il ribrezzo con cui si maneggia un topo morto. Ma anche lì stavolta niente palpiti, né sghignazzi. Solo Giuseppe Conte, in cortile, si è prodotto in una piccola performance tipo "anema e core" con annesse lacrime casaliniane, ma quella è una storia che finisce.
Questa cominciata ieri, sabato, si presenta almeno nelle sue forme molto più severa della precedente e comunque all’insegna di un interrogativo sulle prossime mosse di Draghi. Per ora ha lasciato intravedere una sensibilità assai più politica che tecnica e un’organizzazione mentale tipica del giocatore di scacchi. Perché senza troppo darlo a vedere, ma neanche troppo poco, il neopremier si è da un lato coperto con ministri tutti suoi per la ripresa, dall’altro ha individuato e selezionato figure in modo da suscitare reazioni di ridislocamento in tutti i partiti. Più che un bilancino, come si è detto, un marchingegno a orologeria.
13.02.2021