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A San Paolo, situazione tra le più gravi al mondo
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Le favelas brasiliane
devastate dal virus
GIUSEPPE BIZZARRI DA RIO DE JANEIRO


"Nessuno muore alla vigilia". È un popolare detto brasiliano, che tiene accesa la fiammella della speranza dei circa 200 milioni di brasiliani, colpiti in pieno dal Covid-19. Perché la pandemia ha sgretolato il tradizionale fatalismo esistenziale della gente nel ricco e segregato Brasile, dove martedì sono morte in ventiquattro ore 1.179 persone. Numeri da record mondiale. Non a caso il Brasile è la seconda nazione al mondo più colpita, dopo gli Usa. L’ultimo bilancio, di ieri, parla di 21.048 vittime e 330.890 contagi.
"La situazione è drammatica. Il Paese è diventato il nuovo epicentro del virus. Ho partecipato a studi universitari in cui si è appurato che i numeri delle stime ufficiali sono quindici volte superiori a quelli diramati", afferma l’ex ministro della Salute e docente universitario, Arthur Chioro.
São Paulo e il suo nugolo di città satelliti conteggiano il maggior numero di casi e decessi nel Paese. Il morbo avanza ovunque e ha raggiunto anche la remota Amazzonia, dove la situazione è drammatica a Manaus, ma preoccupa anche gli indios isolati e storicamente decimati dai virus dei colonizzatori. Chioro prevede che si raggiungerà il collasso della sanità in breve, anche nella ricca ed equipaggiata São Paulo, poiché il Brasile si trova all’inizio dell’epidemia. La situazione è gravissima a Rio de Janeiro, dove i malati sono ricoverati, anche seduti, nei corridoi degli ospedali.
A Rio vi sono liste d’attesa unificate di mille persone, per usufruire di un letto in terapia intensiva. "È fondamentale mettere insieme il sistema d’accoglienza sanitario pubblico e privato. La misura è prevista anche nella costituzione, ma non so se sarà realizzata, perché abbiamo governanti di concezione ideologica neo liberale, molto vincolati alle lobby. Ma credo che la realtà s’imporrà da sola e alcuni gestori pubblici dovranno requisire letti nelle cliniche private", afferma l’ex ministro.
In Brasile si fanno tamponi solo ai malati gravissimi e sui cadaveri. Muore molta gente in casa, soprattutto nelle favelas, dove la cronica carenza d’approvvigionamento idrico, spaventa più della mancanza di spazio nelle sovraffollate comunità, dove non è possibile mantenere qualsiasi tipo d’isolamento e quarantena. Sempre a Rio, le operazioni della polizia militare contro il narcotraffico fanno salire la tensione tra gli abitanti.
Gli elicotteri danno appoggio logistico ai blindati e ai soldati a terra che entrano nelle case sparando e uccidendo innocenti. I raid della polizia interrompono il lavoro delle organizzazioni sociali che sono in prima linea per affrontare l’epidemia. "Il virus - dichiara Cosme Vinícius Felippsen pastore attivista evangelico, nato nel Morro da Providencia, la prima favela di Rio de Janeiro e del Brasile - è giunto per aggravare una disperata carenza sociale che dura da Cinquecento anni. Da quello che ho visto in ogni territorio, in ogni luogo, è in corso un movimento di gruppi e leader indipendenti che non sono legati alle tradizionali associazioni riconosciute dal governo". La crisi sanitaria è anche politica, a causa delle elezioni municipali di quest’anno che precededono la campagna elettorale per le presidenziali previste nel 2022 in Brasile. Stati e prefetture agiscono senza il minimo coordinamento con il governo federale, presieduto dall’ex capitano Jair Bolsonaro, il quale boicotta in maniera definita da tanti grottesca i governatori degli stati entrati in quarantena.
23.05.2020


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