La Catalogna indipendentista è pronta al voto, ma…
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Madrid e Barcellona
allo scontro finale
LUIGI BONANATE


La Spagna si prepara a vivere una delle giornate più tese della sua storia recente. In Catalogna, oggi, domenica 1° ottobre, gli indipendentisti sono pronti ad andare alle urne per il voto sul referendum che vorrebbe Barcellona separata da Madrid. Nella regione, però, i seggi sono praticamente tutti presidiati da un imponente schieramento di forze dell’ordine dispiegato dal governo centrale di Mariano Rajoy (che ha incassato, ieri, sabato, l’appoggio della cancelliera Merkel). Anche se gli appelli ad una protesta civile si moltiplicano, i timori per possibili derive violente aumentano di ora in ora. In alcune città spagnole, gli unionisti sono scesi in piazza per protestare contro la volontà separatista catalana, mentre a Barcellona la polizia ha preso il controllo del Centro per le telecomunicazioni, nel tentativo di bloccare le comunicazioni tra gli organizzatori del referendum e gli elettori. Alle 9 i referendisti apriranno le operazioni di voto, anche se non è chiaro dove e come i cittadini potranno esprimere le loro preferenze.

Ci sarà ancora la Spagna, o quella che fino a qualche giorno fa chiamavamo e così, e ora... Il referendum catalano sarà vinto dai catalani: è ovvio, ma la decisione che ne dovrebbe conseguire riguarda l’intero Paese e non soltanto una sua regione. È chiaro a tutti noi che, per avere valore dovrebbe essere approvata o accolta serenamente anche da tutti gli altri spagnoli.
Ma come si può impedire a un "fratello", un amico, un collaboratore, di andarsene perché non vuole più vivere accanto a te? I principi sui quali la stragrande maggioranza di noi (accontentiamoci di riferirci agli europei) è stata allevata ed è cresciuta comprendono al loro interno la libertà (quella che non nuoce a nessun altro), che a sua volta può comprendere anche quello di "andarsene", di arrivare cioé anche alla secessione. Nulla di scandaloso, salvo un singolo ma immenso - addirittura drammatico, potremmo dire - problema: nella storia, le secessioni sono sempre derivate da condizioni di grande disagio, di sfruttamento, di povertà o di oppressione, a cui le parti più deboli tra quelle che vivono in una certa comunità infine si ribellano. Ebbene, quel che succede oggi è che la parte più fortunata della Catalogna, ricca, sviluppata, bella, e affascinante vuole abbandonare i fratelli meno ricchi, meno sviluppati, meno belli e meno fortunati.
Il principio di autodeterminazione ci dice che sì, che nelle separazioni non c’è nulla di male, ma c’è un altro principio, quello di responsabilità collettiva che impone di non tener conto esclusivamente del nostro speciale interesse, ma anche di quello dei vicini e poi anche dei lontani. Rispetto a decisioni gravide di conseguenze come questa, dobbiamo allora preliminarmente dotarci di un parametro che ci consenta di giudicare equanimemente le varie possibilità. Questo principio si chiama "democrazia" (come costume e non semplicemente come sistema elettorale), e nella sua declinazione si chiama nonviolenza. Il limite che la lotta politica, per quanto passionale e appassionata, non può mai superare è quello dell’accettazione reciproca, dell’accoglienza delle idee altrui, che non per questo dovranno essere subite, ma confrontate, comparate e pacificamente giudicate.
Quel che tutto il mondo vede in questi giorni della tensione crescente tra governo centrale spagnolo e spagnoli-catalani non è rassicurante: da una parte, Rajoy ha dalla sua il diritto che viene dalla Costituzione nonché dalla storia unitaria del Paese; i catalani hanno la forza di realizzare una loro specifica e distinta identità. Chiediamoci allora: se nessuna delle due parti fa un passo indietro, o meglio, a lato, si arriverà allo scontro. In astratto, il governo potrebbe persino ricorrere legittimamente alle forze armate per sedare quella che gli appare una sedizione, ben più che una separazione. E dall’altra: sono sicuri i catalani che questa loro attuale radicalità sia storicamente sensata, che in un mondo in cui lo sviluppo sociale, culturale, economico e finanziario va verso le unificazioni, la loro indipendenza (la formazione di un nuovo stato) li avvantaggerà e li soddisferà? Gli "spagnoli" diverranno "stranieri" per i catalani? Siamo in realtà sull’orlo di un paradosso. Soltanto una storia di odio reciproco, di violenza sociale e scontri continui potrebbe giustificare oggi azioni estreme.
I catalani hanno il diritto di andarsene, ma anche il dovere di non fare del male a nessuno.
l.b.
01.10.2017


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