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Reinhold Messner
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"La mia prima scalata
l'ho fatta a 5 anni"
VALENTINA SAINI


Quando parla Reinhold Messner, 76 anni, ha la voce profonda di chi nella vita deve gridare ordini nel bel mezzo di una tormenta, o farsi sentire da un compagno mentre scala la parete nordovest dell’Annapurna. Famoso in tutto il mondo per le sue imprese (incluso l’aver scalato per primo tutti i quattordici Ottomila, ossia le vette che superano gli otto chilometri sul livello del mare), Messner ha la stessa grinta di quando, a 34 anni, scalava l’Everest in solitaria, senza ossigeno. "Sono salito su una montagna per la prima volta quando avevo cinque anni, e ne fui entusiasta - racconta al Caffè -. Sono nato in una valle molto angusta, buia, e volevo uscirne e vedere orizzonti più lontani. E poi sono cresciuto nel periodo ideale per fare una vita come quella che ho fatto. Bisogna sapere che i grandi alpinisti che mi hanno preceduto, prima degli anni ‘60, potevano fare nel corso della loro vita al massimo due o tre spedizioni, perché era molto costoso e difficile andare in Asia: c’erano mesi in nave, giorni di treno, e settimane a piedi per ritrovarsi poi solo alla base di una grande montagna".
E invece la sua generazione, ricorda, "poteva volare verso l’Himalaya, e scalare con un equipaggiamento migliore. Io ho fatto un centinaio di viaggi, che una volta si chiamavano spedizioni, e potevo autofinanziarmi: quello che prendevo da una casa editrice per un libro o da un ente per una conferenza poteva finanziare la spedizione seguente…".
I tempi sono cambiati, sia dall’epoca eroica di alpinisti come Mummery, Mallory o Herzog, sia dagli anni in cui Messner scalava il Nanga Parbat o il Manaslu. "Oggi l’alta montagna diventa sempre più turismo. Le piste vengono preparate per chi non sa fare alpinismo, e l’arrampicata su roccia si trasforma in uno sport misurabile - osserva, e gli scappa un sospiro - perché l’alpinismo è un fatto emozionale, non di cifre. Alle prossime Olimpiadi vedremo per la prima volta l’arrampicata su roccia. Quindici metri, parete e appigli di plastica… Un ambiente controllato, dove non può succedere niente, ma c’è possibilità di fare sport". Messner è pacato ma esplicito: "L’arrampicata su roccia indoor è uno sport bellissimo, però non è alpinismo. L’alpinismo inizia dove c’è il rischio di morte, dove c’è la natura selvaggia, dove l’uomo si fa carico di tutta la sua responsabilità come del suo zaino, e si espone al massimo".
L’alpinismo è cimento, una grande prova morale e fisica che, ascoltando Messner, sembra quasi un’ascesi, nell’eccezione più filosofica del termine. Significa "essere individualmente responsabili di ogni passo, della decisione di continuare o meno, della valutazione autonoma dei pericoli". Di recente Messner, che è anche un veterano della scrittura, ha dato alle stampe il suo ultimo libro, "Lettere dall’Himalaya" per i tipi di Rizzoli. Dove prendono la parola, grazie alle lettere che l’alpinista altoatesino ha selezionato, i grandi pionieri della conquista del Tetto del Mondo. Come il bavarese Hermann von Schlagintweit, primo europeo ad aver attraversato gli impervi monti Kunlun, che intratteneva una corrispondenza epistolare con Alexander von Humboldt, forse il più grande scienziato tedesco dell’Ottocento. "Lo stesso Humboldt fu un alpinista. Andò in Sudamerica e tentò persino di scalare il Chimborazo: io stesso ho seguito la sua via per capire meglio fin dove fosse riuscito a salire…".
Nel libro ci sono anche molte lettere di Messner. Ad esempio quelle che scriveva alla madre, struggenti. "Mia madre sapeva che l’alpinismo implica dei rischi. In montagna aveva perso due figli, mio fratello Günther sul Nanga Parbat, mio fratello Siegfried sulle Dolomiti, colpito da un fulmine. Quando ho finito gli Ottomila, l’ho invitata a Katmandu, lei è venuta e mi ha chiesto di smetterla con gli Ottomila, dato che ormai li avevo fatti tutti. E così ho fatto: finché è stata in vita non ho più tentato un Ottomila. In Antartide puoi finire in un crepaccio, ma non cadere da una parete verticale". E aggiunge: "È un fatto molto egoistico vivere una vita come ho fatto io. Però l’ho fatto, e non sento alcun rammarico".
29.05.2021


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