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Zehra Dogan
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"Penso che volere la libertà
non c'entri con il coraggio"
MARIA MICHELA D'ALESSANDRO


Cerco di fare un’arte di protesta. Perché ho delle cose da dire, la mia gente ha delle cose da dire. Devo usare qualsiasi spazio mi si apra davanti. Ma la stessa persona sarà capace di lavorare a Parigi o a Rojava? Questo è quello che voglio fare...". I puntini di sospensione di Zehra Dogan, artista, attivista e giornalista curda con cittadinanza turca classe 1989, lasciano tante domande senza risposta. È silenziosa, capelli lunghi e scuri raccolti in una treccia, e dei semplici pantaloni e maglietta neri. Il Caffè l’ha incontrata al museo di Santa Giulia a Brescia, dove aveva allestito la sua mostra, la prima personale in Italia, dal titolo "Avremo anche giorni migliori. Opere dalle carceri turche". Zehra arriva scalza. Tante le donne presenti durante la performance pubblica, per ricordare Hevrin Khalaf, politica curda e segretaria generale del Partito della Siria del Futuro uccisa brutalmente lo scorso ottobre nel nord della Siria.
Senza dire una parola, a piedi nudi calpesta i giornali che parlano dell’omicidio della trentacinquenne che lottava per i diritti delle donne. Immerge le mani nella vernice rossa e poi nera, in silenzio, dipingendo il volto di Hevrin con il colore della morte accanto ad un mare di sangue fatto di tante mani rosse. Un’altra opera "di protesta" realizzata dopo l’incarcerazione di Zehra Dogan durata quasi tre anni. Arrestata nel luglio del 2016 per un suo dipinto che ritraeva Madin, una città a prevalenza curda nella regione di Nusaybin e distrutta dalle forze militari turche, nel febbraio del 2017 Zehra è stata processata e condannata a due anni e nove mesi di detenzione. È nel carcere di Diyarbakır, conosciuto per le atroci brutalità come uno dei peggiori al mondo, e in quello di massima sicurezza di Tarso, entrambi in Turchia, che Zehra comincia a fare dell’arte la sua unica forma di libertà.
"È sicuramente più pericoloso che coraggioso battersi per la libertà oggi, perché nessuno vuole che le persone siano libere, ma proprio per questo bisogna mostrare coraggio", sorride l’artista, accusata di essere una dissidente affiliata al Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan. Persino il famoso street artist senza volto Bansky si espose politicamente a favore della scarcerazione di Dogan dedicandole un graffito sul Bowery Wall di New York. Nel 2018 su uno dei muri più ambiti dagli artisti di strada della grande mela, apparvero tante linee e il volto di Zehra dietro le sbarre con su scritto "Libertà per Zehra Dogan".
Un percorso artistico che si intreccia più volte con la sua azione di giornalista e di attivista, confidando nella potenza liberatoria e nella possibilità di cambiamento positivo dell’arte. Fino al giorno della sua scarcerazione nel febbraio 2019, Zehra ha testimoniato la sua realtà con gli unici materiali disponibili nelle carceri turche in cui ha vissuto per quasi tre anni, dalla cenere di sigaretta al sangue mestruale. Tutto, pur di trovare un modo per descrivere un’emozione o un incubo e raccontare l’ingiustizia del suo e di altri centinaia di arresti.
"Nessuno vede nelle mie opere caffè, tè, capelli, sangue mestruale. Quello che si vede è il risultato", e non nasconde il desiderio di tornare in Turchia un giorno. "Le cose cambieranno e sarà un Paese democratico, ma è davvero difficile sapere quando accadrà". Tra le fondatrici dell’agenzia stampa Jinha, la prima composta interamente da donne, chiusa per decreto in seguito alle leggi speciali del 2016 emanate dal governo turco, da marzo 2019 Zehra è residente a Londra.
"Semplicemente per Zehra il primo tratto che definisce la sua azione nel mondo è essere femminista. Il suo lavoro parla prima di tutto a tutte le donne. Le interroga, chiede a noi di scegliere da che parte vogliamo stare", aveva notato Elettra Stamboulis, curatrice della mostra.
03.10.2020


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