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Davide Livermore
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"La cultura è in mano
alla tv spazzatura"
GIORGIO VITALI


Parliamo di cinema, di teatro, di opera lirica, di politica, di cultura o di... cavalli da corsa? Con Davide Livermore, 53 anni, sceneggiatore, cantante lirico, scrittore, ma soprattutto regista fra i più ricercati ed affermati del mondo, è tutto possibile. Con una lieve preferenza per i cavalli, forse. Livermore, notissimo anche in Ticino, ha da poco firmato la sua quarta regia per il Teatro alla Scala, la seconda per l’inaugurazione del 7 dicembre trasmessa in tutto il mondo.
Vulcanico, entusiasta, polemico e pieno di idee, alla fine di una prova, in una platea della Scala vuota, non ha bisogno di domande per raccontarsi, a partire proprio dai purosangue: "Ma lo sa che il mio cavallo l’altro giorno ha vinto la sua prima corsa a Varese? Sulla distanza che avevo in mente io", per poi passare alla religione: "Quando ero credente ho fatto mesi di seminario, ho studiato il canto gregoriano, ma ho anche conosciuto una Chiesa tutta schierata dalla parte del potere. Ora è diverso per fortuna, e leggo giornali cattolici che si schierano contro il razzismo, la politica dell’esclusione, che stanno dalla parte dei dimenticati in una Paese dove la sinistra non esiste più". Il tema del sociale non giunge a caso. Livermore - e sono solo due esempi - ha fondato il CineTeatro Baretti di Torino col quale ha contribuito a riqualificare il quartiere periferico di San Salvario a Torino, e, dopo aver trasformato il Palau di Valencia in un centro di livello mondiale, ha fatto invitare 700 tassisti della città ad una prova generale, perché sapessero dove accompagnare il pubblico. È così importante la cultura? "Certo, è essenziale. Vediamo per esempio cosa è successo in Italia da quando i fondi alla cultura sono stati tagliati dal governo Berlusconi con la bugia ‘con la cultura non si mangia"? L’educazione all’affettività è stata lasciata a certe trasmissioni di tv-spazzatura che hanno preso il sopravvento su Anna Karenina e Guccini. E in un ipotetico museo della memoria del nostro Paese ci sarebbero solo stanza vuote. E poi, in generale, le persone sono rinchiuse in uno smartphone. Si crede di avere tanti amici e invece siamo su Facebook. Si crede che la sessualità sia una libera scelta e invece si naviga su YouPorn.".
Un fiume in piena. "Anche il mondo della cultura con la ‘k’ ha fatto disastri, ha creato distanze, barriere, steccati fra sè e la gente. Tutto è calato dall’alto. Invece la cultura porta ad un centralità dell’uomo, della bellezza, dell’anima che riusciamo ad esplorare grazie a quegli sherpa illuminati che sono Leopardi, Dostojesky, Puccini. La cultura poi ci proietta verso il futuro". Fresco di nomina come direttore dello storico Teatro Nazionale di Genova, uno dei più prestigiosi del Paese, Livermore racconta come è andata: "È stata un sorpresa anche per me. Non mi sono candidato, e non mi sono messo in nessuna lista, perché non appartengo ad alcun partito, anche se facevo teatro nelle cantine di Torino un tempo, dove magari c’era l’estrema sinistra. A Genova cercavano una persona libera ma io non sono un tipo che si propone. Comunque ho subito detto loro che non si aspettassero da me i soliti spettacolini, le collaborazioni e gli scambi". Parla spesso di cinema. "Sì, perché tutto il ‘900 passa attraverso la storia del cinema. E, rimanendo all’opera lirica, i cantanti hanno imparato a recitare e a non cantare e basta perché hanno il confronto con gli attori del cinema". Comunque non è facile farli recitare. "Quando mi dicono che nell’opera lirica non ci sono più i cantanti di una volta mi viene da ridere: certo, sono morti, o non cantano più e sono invidiosi di quelli di oggi che sono bravi e preparati e sanno usare il loro corpo, cioè porsi davanti ad una telecamera".
15.12.2019


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