Maurizio Maggiani
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"Ho sempre cercato
di dire ti amo ma..."
ROSELINA SALEMI


Il suo ultimo romanzo ha un titolo ambizioso: "L’amore" (Feltrinelli). Che cosa ne sa Maurizio Maggiani dell’amore? O meglio, che cosa ne sa più degli altri? Molto. Moltissimo. Forse per questo lo Sposo e la Sposa, non hanno un nome e cognome. Sono l’autore e la moglie, ma anche tutti noi quando scopriamo che l’amore non è soltanto la passione divorante, la perdita di coscienza, e qualche volta della ragione, ma la cura, il legame, l’intimità che si esprime nei piccoli gesti di ogni giorno. L’amore vero, quotidiano, adulto, "è quello di chi sa che il tempo è prezioso e non ha senso sprecarlo". Maggiani vive in Romagna, tra le colline, in mezzo a una vigna, "e qui le stagioni sono serie, e d’inverno si gela. A novembre è penombra. Ho ricordato il passato, è stata una foto a farmi ripensare ai miei sedici anni, a una ragazza il cui spensierato vigore mi intimidiva. E ho deciso. Ne ho parlato a lungo con la mia sposa e abbiamo concluso che potevamo reggere se avessi scritto di noi. Il romanzo mi ha dato la luce per tutto l’inverno".
Maggiani, 67 anni, si definisce "anarchico" e "guardiano di parole". Ha pubblicato libri importanti come "Il coraggio del pettirosso", "La regina disadorna" e "Il romanzo di una nazione". Non ha un profilo Twitter o Instagram, non è su Facebook, ha avuto molti premi e non sembra gli importi. Probabilmente gli importa di più fare i conti con se stesso. "Ho vissuto un’epoca turbolenta dal punto di vista politico e sessuale -racconta -. Ho fatto tanti disastri, ho una lunga fedina penale, non sapevo che cosa dire. Le mie donne sono state tutte femministe, ho imparato da loro. A ventun anni, lavoravo da tre, ho preso la mia Fiat 850 special, ho montato il portapacchi, ho messo su due materassi, la mia ragazza col suo figliolino (era stata abbandonata incinta) e ce ne siamo andati. Sono cresciuto con questo bambino. Ero adulto, responsabile non avevo paura di niente. Era un amore talmente pervasivo, forte, onnicomprensivo che mi spaventava. Avevo persino paura di sognare un’altra donna, paura che lei vedesse nei miei sogni. Avevo bisogno di essere libero e crescere ancora un po’. So che era giusto così. L’ho lasciata e ho avuto sensi di colpa per trent’anni. Per questo ho scritto Mauri Mauri". Guarda con occhio lucido e disincantato il mondo contemporaneo:  "I ragazzi non dicono ti amo - nota - ho tre nipoti, perciò lo so, forse hanno paura di una parola così impegnativa. Dicono: fa sesso con Paola".
Il sesso è un’industria, l’amore non fa andare avanti il Paese. Non è facile dire ti amo. "Per tutta la vita ho cercato di dirlo, e mi è riuscito con grandissima fatica. In famiglia non l’ho mai sentito (il massimo era ti voglio bene). Ora posso, so. È così eroica la quotidianità! La mattina mi sveglio venti minuti prima di mia moglie, la guardo, la copro (fa fresco, vivo in campagna), scendo e preparo la colazione. La cucina è la mia chiesa, il silenzio è sacro, faccio il caffè, quello per lei e quello per me (sono diversi), prendo la mia e la sua marmellata, metto le tovagliette". Se c’è qualcosa di buono è questa cura, semplice, banale, stupida. "L’amore è un lavoro: chi glielo dice ai ragazzi di oggi? Però un consiglio potrei darlo: sostituire la parola amore, con amare. Preparare la colazione la mattina è amare, mandare gli sms con i cuoricini non è amare".
10.02.2019


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