Piero Chiambretti
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"Detesto gli specchi
e non voglio foto"
ALESSANDRA COMAZZI


Lo desiderava da tanto, questa volta ce l’ha fatta: Piero Chiambretti è nuovamente in prima serata con un nuovo programma su Rete4. S’intitola La Repubblica delle Donne, va in onda il mercoledì. Un lavoro ispirato a una sorta di prototipo che, racconta lui, "doveva andare in onda tra Natale e Capodanno. Poi fu trasmesso a marzo, e non funzionava. Perché i miei programmi sono come castelli di carta: o sono fatti come sono scritti, o crollano. Il dettaglio può essere qualcosa di superfluo, ma non nei miei programmi. Poi mi piacerebbe realizzare una trasmissione da una trentina di minuti tra le 20 e le 20,30, ‘contro’ i telegiornali, quindi non su Canale5. Un programma di informazione, senza ospiti. Confido nell’anno prossimo, l’idea non è accantonata, è soltanto in stand by".
E comunque vada, sarà un successo, secondo il motto inventato dall’artista per un Festival di Sanremo - quello condotto con Mike Bongiorno nel 1997 - e assurto a detto universale. Classe 1956, Chiambretti è nato ad Aosta ed è sempre vissuto a Torino. Ha cominciato come tanti suoi colleghi con la tv dei ragazzi, ha lavorato per Rai, Mediaset, La7, ha fatto la radio. Non è politicamente schierato, si prende in giro da solo per la sua statura, sta attento alla linea, detesta farsi fotografare e non sopporta di guardarsi allo specchio. "Mi piace lavorare in diretta perché almeno non mi vedo". L’unico serio, serissimo schieramento che gli si conosce, è per il Torino.
Il titolo del nuovo programma avrebbe pure potuto essere Chiambrettificio. "È il nome di un mio vecchio progetto: creare una fabbrica di professionalità televisive, una sorta di cantera - per dirla come nel calcio - un vivaio che nutra artisti, scenografi, sceneggiatori, registi, autori, al quale poter attingere nelle trasmissioni. Non è ancora successo, ma non è detto che non succederà". Quel che è certo è che Chiambretti nel suo nuovo programma porterà l’impianto del suo ultimo lavoro, Matrix Chiambretti, "un buon mix di costume e informazione - sottolinea -. Le emittenti faticano a investire su progetti nuovi, i palinsesti sono abbastanza fissi, c’è poca voglia di rischiare. E la tv è nel pallone. I giovani bravissimi ci sono, ma non esplodono. Molti si buttano sul web, fanno qualche exploit, e poi si bruciano. I giovani comici vengono mandati allo sbaraglio in programmi-batteria. Manca un elemento fondamentale: la gavetta. Il lavoro nelle cantine, sulle navi, nei villaggi, nelle discoteche. E mancano i talent scout. Ci sono i talent, ma non gli scout, quelle persone che andavano a cercare i talenti dovunque si annidassero".
E Chiambretti la ricorda bene, la sua gavetta: "Il cabaret, le navi, i villaggi. I provini. Poi nel 1988 il debutto su Rai3 con una rubrica, Divano in piazza, contenuta in Va’ pensiero, di Andrea Barbato. Il mio primo programma vero fu Complimenti per la trasmissione, partecipavano le persone comuni che diventavano protagoniste: non intrattenendo il prossimo con disgrazie, innamoramenti o lacrime, ma entrando nel meccanismo  dello spettacolo. Se avessi la bacchetta magica vorrei fare cose che non si sono ancora viste. La tv va in onda da cinquant’anni, da trenta a tutte le ore del giorno e della notte, da dieci con mille canali: è già stato fatto di tutto. In un ipotetico Chiambrettificio comincerei dagli autori, che devono saper interpretare la realtà e riproporla. Mentre adesso più che autori sono dei cerca-persone". Chissà se Chiambretti dirigerebbe una rete: "Non mi vedo dietro una scrivania. Farei piuttosto il consulente artistico, uno come il Wolf di Pulp Fiction, quello che risolve i problemi".
16.09.2018


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