Diane Kruger
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"Noi attrici, più adatte
a personaggi profondi"
ROSELINA SALEMI


È stata Elena di Troia, Sonya Cross, la detective della serie "The Bridge", ma anche Bridget von Hammersnark in "Bastardi senza gloria". A Cannes si è portata a casa la Palma d’Oro come migliore attrice per "In The Fade", del regista turco-tedesco Fatih Akin. Incontrare Diane Kruger non è soltanto un’emozione. È prova dell’X Factor: il talento, la bellezza e qualcos’altro di più complesso, di meno definibile, un divismo consapevole, un soave dominio sullo sguardo degli altri. Diane Kruger con i suoi occhi azzurri, duri e luminosi, sarebbe piaciuta all’Alfred Hitchcock orfano di Grace Kelly. Una bionda fredda e sexy in top bianco e pantaloni che somiglia davvero tanto alle fragili eroine dei suoi thriller, anche se non è ugualmente bisognosa di protezione. Se la cava benissimo da sola. Da un paesino della Germania, Algermissen ("la gente che nasce lì non se ne va, e nessuno nella mia famiglia l’aveva mai fatto") è arrivata a Parigi, ha avuto una stagione come musa di Karl Lagerfeld, "poi tutti mi dicevano: perché non fai cinema? Non ero tanto alta, come modella".
Ha cominciato con piccole parti in film francesi e presto Los Angeles l’ha reclamata. I suoi primi quarant’anni, il 15 luglio 2017 li ha festeggiati con la Palma. "In The Fade" è nato proprio a Cannes, racconta: "Con Fatih Akin ci siamo incontrati cinque anni fa. Io ero in giuria, lui presentava uno dei suoi splendidi documentari musicali, ma in un’altra sezione. Ho fatto la prima mossa… L’ho avvicinato a un party, come sua fan e gli ho detto: se mai avrai un ruolo per me, eccomi qui. E lui mi ha preso in parola. È il mio primo film recitato in tedesco dopo anni, strano, no? Così sono diventata Katja, una donna che perde il marito e il figlio in un attentato neonazista e chiede giustizia. Il ruolo mi faceva paura perché viviamo l’orrore del terrorismo tutti i giorni. Ci danno i numeri dei morti e dei feriti ma nessuno racconta le storie di chi resta. Con Katja ho fatto un viaggio nel dolore, nella perdita, ho avuto l’impressione di crescere con lei, sono diventata lei per un po’. Fatih Akin, che con il suo cinema ha segnato la mia adolescenza, mi ha chiesto di buttarmi nel vuoto con gli occhi chiusi e l’ho fatto".
Non che buttarsi sia il suo standard. Dimostra intelligenza e calcolo in ogni scelta. Ha deciso di recitare nelle serie tv e perché "noi donne abbiamo ruoli più profondi, possiamo esplorare personaggi complessi che è difficile vedere al cinema". Ha accettato il thriller "Maryland" della regista Alice Winocour "perché il punto di vista femminile è diverso da quello maschile, mi piace, è meno centrato sulla seduzione". Modernamente femminista, rifiuta di giudicare il sessismo di Trump, ma entra nella polemica sull’equal pay: "Ancora oggi le donne hanno difficoltà a trovare spazio per esprimersi, mi chiedo perché mai le attrici siano meno pagate degli attori…". Il suo contributo alla causa è la fiction su Heddi Lamarr, attrice degli anni ’40, considerata la più bella donna del mondo prima di Marilyn, "nonché scienziata incompresa. Era una geniale laureata in ingegneria e a lei si deve l’idea della connessione wireless".
Parla raramente dei suoi amori (quasi mai dell’ex marito, Guillaume Canet, poco dell’ex compagno Joshua Jackson e zero dell’attuale, la star di "The Walking Dead" Norman Reedus, e tantissimo delle città che l’hanno vista transitare. Parigi: "Quando stavo per atterrare, ho capito che sarei stata felice"; New York: "Adoro Manhattan, i club notturni, la frenesia"; Los Angeles: "Ho comprato la mia prima vera casa, dopo aver abitato per anni in alberghi e appartamenti arredati… Cominciavo ad avere la sensazione che la vita mi passasse accanto". Col tempo è cambiata la sua idea di bellezza. "Prima significava essere magra. Ero una modella, che calvario mantenere la linea! Quando ho compiuto trent’anni, ho pensato: sei bella, se sei intelligente. Adesso mi sento bella quando la persona che amo sussurra: I love you".
11.02.2018


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