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Mancano idee per governare i cambiamenti del virus
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"Economia e politica
vadano oltre il Covid"
MAURO SPIGNESI


Cosa succederà quando si uscirà da questo periodo difficile e tragico, quando cesseranno gli aiuti pubblici? Bisogna pensarci, perché una siringa, una campagna vaccinale non fa primavera, non riporta l’orologio indietro a prima della pandemia. "Anche se poi in realtà la domanda da porsi è: che Svizzera ritroveremo dopo il Covid? Io credo che il mondo economico e politico si stia concentrando sull’emergenza, e in parte è giusto. Ma non basta, così si perde d’occhio un discorso di prospettiva", dice Marco Salvi, economista di Avenir Suisse.
Perché se è vero che oggi, tra aperture e chiusure, occorre mettere continuamente a punto misure capaci di tenere a galla le imprese e le famiglie, domani bisognerà fare i conti con una serie di cambiamenti che nel tempo diventeranno strutturali (e che si incroceranno con altri già in atto, come il calo demografico in Ticino). Basta, per fare un esempio, pensare solo alle ripercussioni che porterà il lavoro a casa. "Una buona parte dell’attuale 30% della popolazione che svolge la propria attività a distanza continuerà a farlo. E questo - aggiunge Salvi - vuol dire uffici vuoti, ristoranti e negozi che avranno meno clienti durante la pausa pranzo, meno traffico sulle strade. Bisogna pensare sin da subito a come governare questi mutamenti, a come riposizionarci in questa nuova, inedita situazione. Invece la mia impressione e che questo dibattito sia assente, come se apparentemente non ci riguardasse".
Come se la maggioranza politica, ma anche il mondo dell’economia, sia dell’idea che tutto possa tornare com’era prima dell’emergenza sanitaria. Altri Paesi, come gli Stati Uniti con un piano da miliardi e miliardi di dollari ma anche l’Unione europea con il Recovery Fund, il programma d’aiuti per la ripresa, hanno messo in campo finanziamenti destinati alla ripartenza. "Tornare come prima del Covid sarebbe bello ma è un’illusione - spiega ancora Salvi -. Tante aziende senza più gli aiuti chiuderanno. Invece di pensare di tenerle in vita artificiosamente bisognerebbe trovare i modi per creare nuove imprese, oppure procedere a una loro riconversione tenendo conto dei nuovi bisogni e delle nuove prospettive dei mercati, incoraggiando il cambiamento. In questi mesi la pandemia ha dato una forte accelerata alla digitalizzazione, mi chiedo se i progetti attuali siano adeguati o se ci sia il rischio, un rischio serio, d’intervenire in ritardo".
Una esigenza, questa, che avverte anche direttore del Dipartimento delle finanze e dell’economia, Christian Vitta. "È fondamentale - dice - iniziare a riflettere sui possibili scenari con i quali, passata la fase più delicata della diffusione del virus, ci troveremo confrontati e che si rifletteranno sulla nostra economia". Fare delle previsioni precise è tuttavia difficile, anche se Vitta afferma di poter "immaginare che, quando la situazione epidemiologia sarà più contenuta grazie alla diffusione dei vaccini, i cittadini saranno spinti da un’iniziale euforia che favorirà gli acquisti a beneficio anche della nostra economia locale. Torneremo ad appropriarci delle nostre libertà generando maggiori spese grazie anche ai risparmi legati a minori consumi in questo anno di pandemia".
Naturalmente occorre essere consapevoli che la pandemia, come nota Salvi, ha prodotto nella nostra società anche alcuni cambiamenti che progressivamente diventeranno strutturali e che influiranno anche sul mondo dell’impresa e delle professioni, oltre che sulla quotidianità. "Penso ad esempio - riflette Vitta - alla diffusione del telelavoro o all’utilizzo accresciuto dei servizi elettronici. È pertanto importante individuare già oggi questi mutamenti per poterli accompagnare con strumenti e misure mirate a sostegno del nostro tessuto economico e del nostro mercato del lavoro". In questo senso "sta già lavorando dalla primavera dello scorso anno il gruppo di lavoro per il rilancio del Paese. Questo gruppo, oltre che discutere le misure d’intervento più immediate, sta riflettendo sulle tendenze e sulle sfide di medio e lungo termine. Dalla digitalizzazione, al mondo del lavoro, a uno sviluppo sostenibile, e altro ancora".
La radiografia della situazione di oggi e gli indicatori sulle prospettive di domani, cioè i punti da cui partire, ci sono. Prendiamo, ad esempio, solo l’edilizia. Lo scenario sembra definito. Come ha spiegato Thomas Rieder, esperto in mercato immobiliare di Credit Suisse, già adesso "gli acquirenti di proprietà abitative sono spesso attratti dalle aree più decentrate. Questa tendenza sembra destinata a crescere ulteriormente, dal momento che sempre più persone dovrebbero lavorare in "home office" anche in futuro riducendo il tempo di pendolarismo". Inoltre "le regioni alpine potrebbero beneficiare di questa evoluzione, poiché il lavoro flessibile aumenta la fruibilità delle abitazioni di vacanza".
Dunque il cambiamento è già in atto. E questo ci porterà ad adattare le regole attuali. È un passaggio che sottolinea Giangiorgio Gargantini, segretario cantonale di Unia. "Basta pensare - afferma - solo ai nuovi lavori, come quelli che fanno le persone che portano il cibo a domicilio, il ‘delivery’, un settore fatto di ditte che spesso non hanno neppure un ufficio e che probabilmente conquisterà nuovi spazi di mercato e che potrebbe, se non controllato, creare nuova precarietà per quanto riguarda salari e tempi di lavoro, in una situazione come quella ticinese che sul fronte dell’occupazione è molto fragile". Poi, è chiaro, fa notare anche Gargantini, che l’emergenza non è ancora cessata. "Bisogna dire - afferma il segretario di Unia - che ad esempio il lavoro ridotto, una misura già presente e che è dunque stato possibile applicare con rapidità, ha aiutato molto. Ma non possiamo commettere l’errore di non pensare a quando tutti questi ammortizzatori sociali, se così vogliamo chiamarli, verranno ridotti. Perché sino ad oggi la Confederazione non ha offerto certezze. Siamo andati a rimorchio, reagendo in ritardo, aggiungendo tassello su tassello, senza pensare a un piano complessivo. Bisogna colmare questo vuoto".
E se sino a oggi i sostegni alle imprese hanno funzionato, "quando finirà questo periodo inedito dove nessuno ha un’unica ricetta in tasca, bisognerà pensare davvero a un programma di rilancio - dice Renato Ricciardi, segretario cantonale dell’Ocst -. Intervenendo in quei settori più in difficoltà, come commercio e ristorazione, dove si rischiano più chiusure e perdite di posti di lavoro. Per fare questo serve un piano condiviso tra le parti sociali con il sostegno dello Stato, perché la volontà di stare uniti potrebbe far nascere qualcosa di positivo. E, soprattutto, deve essere la solidarietà il valore di questa ripresa, in questo nostro cammino non dobbiamo abbandonare nessuno".
mspignesi@caffe.ch
20.03.2021


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