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Un economista, un architetto e un filosofo e il Ceneri
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Nella Città Ticino che vorrei
con meno divisioni e "muri"
MAURO SPIGNESI E ANDREA STERN


La periferia legata alle città, il nord unito al sud. E un sistema di trasporti, auto più ferrovia, che funziona da cerniera e unisce le diverse anime del Ticino. L’idea di una città diffusa, di quella Città Ticino che va da Airolo e finisce a Chiasso, attraversando aree urbane, valli, laghi e montagne, va avanti tra brusche accelerazioni e improvvise frenate. Ora il tunnel di base del Ceneri arriva a dare uno scossone a questo progetto, rallentato anche da un misto di campanilismo e iniziative che marciano accumulando ritardi. Ma il problema è anche culturale, urbanistico ed economico. Il Caffè ha interpellato tre professionisti, l’architetto Mario Botta, l’economista Christian Marazzi e il filosofo Fabio Merlini.
Quarant’anni dopo l’inaugurazione del traforo autostradale del San Gottardo si apre il tunnel di base del Ceneri, una importante pedina del puzzle "Città Ticino". Quanto può essere importante questa opera sul fronte interno e su quello rivolto a nord?
Mario Botta: "È evidente che il traforo relazionerà meglio le due parti del Ticino, Sopra e Sotto Ceneri. D’altro canto potrebbe anche definire meglio le configurazioni geografiche - molto diverse fra di loro - e qualificare così le differenze dei due paesaggi. Per la Svizzera il traforo del San Gottardo porta a sud delle Alpi, la galleria del Ceneri porta direttamente alla Lombardia, e per i viaggiatori più sensibili porta alla luce mediterranea. Sono due trafori che evidenziano due realtà storico-paesaggistiche differenti".
Christian Marazzi: "È sicuramente positiva la prospettiva di un’emancipazione dai campanilismi in virtù di questa velocizzazione degli spostamenti. C’è da augurarselo. È però difficile costruire degli scenari lineari basandosi solo sulla mobilità. Se si vogliono superare i localismi occorre garantire certi presupposti, a partire da un’equità sociale ed economica che abbatta le barriere senza erigerne di nuove".
Fabio Merlini: "Il fatto di potersi muovere rapidamente da un punto all’altro regala una nuova dimensione al nostro cantone. Più intima direi, più agevole, più piccola, perché idealmente e non solo si restringono gli spazi. Questo porta benefici. Usare il treno, ad esempio, può far calare l’inquinamento. Detto questo penso che questa operazione rientri in una logica più funzionale, aderente alla modernità e all’immediatezza. Poi, sicuramente modifica i concetti di spazio e tempo. Questo sul fronte interno. Su quello esterno potrebbe, ad esempio, favorire il turismo. Dal sud italiano o dal nord della Confederazione e dell’Europa".
La nuova galleria non è solo un’infrastruttura, una spina dorsale che attraversa velocemente il cantone. Ha anche una valenza culturale. Se da una parte le strade uniscono, fanno cadere i pregiudizi, il Ticino resta culturalmente e storicamente diviso tra Sopra e Sottoceneri. Ha ancora senso tutto questo? E, soprattutto, si riuscirà con queste divisioni a costruire una vera Città Ticino?
M.B. “Il Ticino è un’insenatura delle Prealpi che si estende a nord a partire dall’area metropolitana di Milano. Questa è una realtà non solo geografica ma anche urbanistica, economica e culturale. È improprio parlare della Città Ticino: esiste l’area geografica del Cantone, ma la vera città non può ridursi a un accumulo di case, capannoni e tessuti storici che non hanno goduto di una crescita organica. La città è soprattutto una storia e una memoria. Mi risuona equivoco e ingenuo contrabbandare una vallata come se fosse città. Il Ticino è certamente un territorio geografico, politico e culturale con una propria lingua e una propria identità. D’accordo. Ma questo non basta per indicarlo come città”.
C.M. “Più rapidità di spostamento non significa per forza meno localismo. A livello planetario mi sembra che in questi ultimi anni abbiamo vissuto esattamente l’opposto. Non è mai stato così facile spostarsi fisicamente e virtualmente. Eppure si è diffuso un po’ ovunque il sovranismo, che è una forma di localismo. Naturalmente non si può trasporre questo processo tale e quale sul piano locale. Ma si può evitare di lasciarsi andare a facili entusiasmi. Se si vuole emanciparsi dai campanilismi, ciò che io auspico, occorre riflettere su quali siano le infrastrutture di tipo sociale che permettano a questa tendenza di dare il meglio di sé”.
F.M. “Chi lo sa. Solo il tempo può dircelo. Le divisioni cadono attraverso un lento processo culturale di riduzioni dello spazio. Non è tutto semplice e lineare, è molto più complesso di quanto si pensi anche perché sappiamo quanto siano state e quanto siano ancora importanti le identità locali nella nostra già piccola ma variegata realtà. Serviranno anni, non basta un tunnel a far cadere pregiudizi e incrostazioni storiche”.
C’è chi dice che la Città Ticino sia un concetto astratto perché ci sono aree geografiche con proprie peculiarità che vanno difese e non si può pensare a un’unica realtà come somma delle differenze senza tenere conto della storia. È così? O questo è un discorso anacronistico, date anche le numerose aggregazioni tra Comuni?
M.B. “È così. Le aggregazioni amministrative ‘di convenienza’ non cambiano la sostanza storica e culturale delle continue trasformazioni del vivere collettivo. Ma ripeto, la città porta con sé storia, identità e immagine che sono vita collettiva, che la sola entità geografica non può configurare”.
C.M. “Il Ticino resta composto da realtà che si sviluppano in maniera differente. La Valle Onsernone ad esempio sta attraversando un periodo molto duro. Il Mendrisiotto lotta per non rimanere tagliato fuori dai nuovi assi di sviluppo. Il Bellinzonese è in crescita, anche grazie alla trasversale alpina. È effettivamente ancora difficile pensare al Ticino come a una realtà omogenea”.
F.M. “Non saprei. Noi abbiano vicino un esempio di una grande città come Milano, che negli anni pur con tanti cambiamenti anche urbanistici è riuscita, mi pare, a sfuggire alle logiche e a questa tendenza che porta direttamente verso l’omologazione. Milano ha mantenuto zone tipiche, rioni dove ancora si svolgono mercatini e resistono vecchie botteghe. È questo il modello al quale bisognerebbe guardare, costruire una Città Ticino diffusa anche attraverso un buon sistema di trasporti che consente di arrivare rapidamente da un punto all’altro, senza dimenticare le differenze e le peculiarità”.
Il San Gottardo ha aperto nuove occasioni di business con il resto della Confederazione. Con i suoi tunnel la Svizzera storicamente è stato un Paese di “attraversamento”. Oggi, con tutte le infrastrutture, può anche essere un luogo baricentrico in Europa?
M.B. “La Svizzera è nel cuore della vecchia Europa; questo è un dato storico-geografico. Ma poi, tutto il resto è costruito dagli uomini con il loro operare giorno dopo giorno, conflitto dopo conflitto, tolleranza dopo tolleranza...”.
C.M. “Credo che il Ticino debba riflettere sulla storia di Chiasso, che è stato il luogo che ha vissuto con forte anticipo le situazioni che si sono venute a creare su scala regionale. Chiasso era fino alla fine degli Anni ’70 un modello in anteprima di economia locale con una vocazione globale, ma questo era in buona parte legato al fatto che bisognava fermarsi a Chiasso. Il problema è quello di creare dei colli di bottiglia affinché si possa sviluppare attorno ad essi un’economia del transito. Perché il transito, se non è regolato, può uccidere”.
F.M. “Può diventare un luogo baricentrico. Ma molto è legato anche alla densità del traffico. Basta guardare cosa accade la sera con le lunghe colonne in autostrada all’altezza di Lugano. Ripeto, ci vuole tempo per far maturare certi processi urbanistici, culturali ed economici”.
Quali sono i settori, dall’industria alla cultura, dal turismo all’istruzione, che potrebbero potenzialmente avere più vantaggi dal nuovo tunnel?
M.B. “Il tunnel è un passaggio avanti e indietro. I vantaggi sono propiziati o negati dagli uomini, in armonia con i propri tempi. Mi sembra che anche oggi (o soprattutto oggi) la cultura sia il patrimonio più ricco, stracarico di opportunità e di saggezza che può ancora offrire la bella, cara, vecchia Europa”.
C.M. “I nuovi tunnel possono essere un vantaggio per il settore secondario o le imprese di costruzione. La domanda che mi pongo è in che misura questa maggiore mobilità potrà essere tesaurizzata nel settore dei servizi, che sono il grosso della nostra economia. I servizi si consumano in loco, io non vado dal barbiere a Zurigo. Inoltre bisogna tenere conto della fase particolare in cui viviamo. È in corso un processo molto pericoloso di sgonfiamento dell’economia. Una serie di realtà locali nell’ambito dei servizi e dell’artigianato rischiano di scomparire. Bisognerà vedere in che misura questi processi di velocizzazione e digitalizzazione potranno fare da contraltare”.
F.M. “Penso, solo per fare un altro esempio, che potrebbe essere favorito il turismo culturale. I treni ad alta velocità che dimezzano i tempi di percorrenza potrebbero far arrivare qui persone da oltre cantone per assistere ai nostri appuntamenti di arte, musica, teatro o anche solo per visitare una mostra”.
Il nuovo traforo ferroviario sarà da stimolo, se si supereranno i localismi campanilistici, anche per lanciare progetti condivisi tra i poli urbani cantonali senza dimenticare le valli?
M.B. “Rovescerei le gerarchie. Le valli sono le nostre vere risorse del futuro; certamente più ricche delle nostre disastrate periferie, o di quel che resta dei vecchi tessuti urbani che, di fronte ai paesaggi eccezionali nei quali si trovano immersi, saranno condannati a trovare idee forti per rispondere ai futuri modelli degli spazi di vita”.
C.M. “In realtà i trasporti non cancellano i poli, anzi, magari addirittura li acuiscono. Io auspico che questa maggiore rapidità di trasporto possa portare dei reali vantaggi all’intero cantone. Bisognerà però tenere conto degli effetti collaterali. Non vorrei che, rovesciando lo slogan di Alain Berset, ci ritrovassimo più vicini ma più distanti”.
F.M. “I localismi sono retaggi che ci portiamo dietro, che tutti si portano dietro. Probabilmente potranno cadere in futuro quando cresceranno le nuove generazioni che si sono abituate all’uso dei social che hanno annullato gli spazi, creato nuovi modi di ragionare e dato senso a nuovi bisogni. I nostri figli si spostano rapidamente senza pensare a confini o frontiere, amministrativi o naturali, ragionano con un’altra logica”.
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05.09.2020


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