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Uno studio di Berna paragona 155 tra ospedali e cliniche
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Come e per cosa si muore
nelle strutture sanitarie
PATRIZIA GUENZI


Smr. Standardized mortality ratio. Esprime il rapporto tra il numero di morti "osservato" e il numero di morti "atteso" (preventivato) in un determinato ospedale. Criterio preso in considerazione nell’ultima indagine, pubblicata in settimana, dell’Ufficio federale della sanità (Ufsp) che riporta le statistiche (2018) sugli indicatori di qualità di 155 ospedali di cure acute, pubblici e privati, (Ch-Iqi: numero dei casi, dati sulla mortalità, percentuali, durata del ricovero e trasferimenti). Oltre duemila pagine, il cui scopo è anche quello di riuscire a evidenziare eventuali lacune nella qualità, responsabili di casi di decessi inattesi e potenzialmente evitabili. Le tabelle che pubblichiamo si riferiscono soltanto ad alcuni degli ospedali analizzati.
Nel 2018 in Svizzera sono morte 67.307 persone, 26.350 in ospedale. Diverse centinaia, per un errore medico (1200 secondo alcune stime, oltre 2mila secondo altre). Ma come e perché si muore in corsia? La maggior parte dei decessi avviene per malattia o è la conseguenza di infortuni. Anestesie, infezioni, si sa, comportano un ulteriore rischio. Sono cinque le patologie potenzialmente più pericolose: infarto miocardico, interventi di bypass, colpo apoplettico, polmonite e intervento di sostituzione dell’anca. Le tabelle pubblicate prendono in considerazione alcune patologie estrapolate dallo studio dell’Ufsp: dalle polmoniti alle resezioni colorettali, dalle protesi all’anca a tutte le forme di colpo apoplettico, dall’infarto cerebrale alla sostituzione della valvola aortica. In evidenza, i decessi che superano la media svizzera dei pazienti, riferiti ad una specifica patologia e nosocomio. Analizzati, come detto, attraverso l’indice Smr (maggiore di 1 significa che in quell’istituto sono avvenuti più decessi rispetto a quelli attesi; l’opposto se il valore è inferiore a 1).
Dati non facili da leggere. Ancor meno da confrontare e commentare, per cui è necessario tener conto della tipologia dei pazienti, del "mandato di prestazioni" e della struttura sanitaria. Un tasso di mortalità più elevato, ovviamente, si registrerà in un ospedale acuto con reparto geriatrico, con pazienti affetti da più patologie croniche, così come in alcuni settori specializzati di un istituto di medie-grandi dimensioni, paragonabile a un centro universitario, con numerosi casi oncologici. Decessi che spesso sfociano in segnalazioni alla Commissione di vigilanza che ne registra qualche decina l’anno.
"Molte morti potrebbero essere evitate - osserva Annemarie Bollier, membro del comitato di fondazione Organizzazione svizzera dei pazienti -. Basterebbe un registro nazionale condiviso, con requisiti identici, in cui segnalare gli ‘incidenti’ e le misure prese". Più trasparenza, la auspica anche l’Ufsp che suggerisce la divulgazione dei risultati dello studio.
Dal punto di vista della gestione della qualità, infatti, le discussioni tra esperti rivestono un’importanza particolare, poiché in questo modo vengono stimolati i miglioramenti per mezzo dell’apprendimento e dell’innovazione.
Il luogo più rischioso per i pazienti resta la sala operatoria. Oltre il 60 per cento di tutti gli eventi medici indesiderati si verifica in ambito chirurgico. Anche se non sempre si tratta di interventi invasivi e pericolosi. Tra gli eventi indesiderati, ad esempio, le complicanze infettive e anestesiologiche, o gli scambi d’intervento dovuti, anche, a una cattiva coordinazione dei processi di cura e a una comunicazione carente tra il personale. Non per niente, il 45 per cento di questi eventi è stato giudicato evitabile. “Le procedure riguardo la segnalazione degli errori devono essere più severe all’interno dei singoli ospedali e, ripeto, identiche a livello nazionale - insiste Bollier -. Molto dipende dai singoli istituti di cura. Anche se i cantoni potrebbero fare qualcosa di concreto rendendo ad esempio obbligatoria la raccolta di tutti i dati e la loro pubblicazione su una piattaforma comune”.
Certo, gli indicatori della mortalità sono solo un aspetto parziale della qualità di un ospedale. Sono stati presi in esame 155 ospedali per cure acute che hanno effettuato trattamenti stazionari nell’ambito di almeno uno dei quadri clinici analizzati. Tuttavia, per una valutazione più ampia, sottolinea lo stesso Ufsp, servono ulteriori strumenti che rispecchino la percezione dei pazienti e il grado di soddisfazione. Inoltre, visto che i tassi di mortalità sono rilevati come indicatore della qualità, potrebbe nascere il timore che morire in un ospedale possa venir considerato come una sorta di “pecca qualitativa”. Con gli indicatori di qualità presi in esame, spiega l’Ufsp, “non si analizza la mortalità negli ospedali nel suo complesso, bensì i decessi provocati segnatamente da malattie o operazioni che possono esercitare un’influenza sulla mortalità, il che permette effettivamente di giungere a conclusioni sulla qualità della terapia”. Inoltre, “con il rilevamento dei tassi di mortalità quale indicatore della qualità non si vuole in nessun caso impedire un’opportuna terapia e assistenza nell’ultima fase di vita o addirittura sostituirle con un accanimento terapeutico. S’intende valutare i casi di decesso inattesi e probabilmente evitabili, dovuti a potenziali lacune nella qualità, individuare e attuare il potenziale di miglioramento”.
Un miglioramento possibile. Come sottolinea Bollier. “Pur vantando un sistema sanitario soddisfacente, anche se carissimo, questo va detto, c’è comunque un margine di ‘progresso’ della qualità delle cure e, dunque, della sicurezza dei pazienti”.
pguenzi@caffe.ch
13.06.2020


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