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Dall'11 gennaio la pendemia ha ucciso 79 malati ogni ora
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Ducentomila morti,
tragedia mondiale
MAURO SPIGNESI


Le prime, ancora incerte notizie erano arrivate in Europa l’11 gennaio, quando la Cina aveva confermato la morte di un paziente che aveva  contratto quella che era stata definita "una misteriosa polmonite virale". La notizia era giunta dalle autorità sanitarie di Wuhan che precisavano come il primo caso era stato registrato il 3 gennaio, aggiungendo che altre 41 persone erano ricoverate con sintomi simili alla prima vittima e sette di loro si trovano in condizioni gravi. Allora si era parlato di contagi avvenuti al mercato del pesce, poi di generiche trasmissioni del virus dai pipistrelli. L’Europa e l’America a gennaio andavano ancora a mille, l’economia di molti Paesi viaggiava sostenendo i listini borsistici. Dall’11 gennaio sono passati 105 giorni, in pratica tre mesi che hanno cambiato la faccia del mondo. Quella che era stata inizialmente definita "misteriosa polmonite" e che molti facendo spallucce avevano definito "una influenza", mentre l’Organizzazione mondiale della sanità diceva di non avere "informazioni sufficienti per valutare la gravità del rischio", era una "bomba" a orologeria pronta a esplodere.
E quando è scoppiata  ha travolto interi Paesi, chiuso in casa milioni e milioni di persone, e fatto una strage simile a una guerra. Sino a oggi il coronavirus ha provocato la morte di quasi 200mila persone, è andato avanti come una bestia oscura, silenziosa, traditrice. Ha ucciso in media circa 1.900 persone al giorno. In ogni ora di questo periodo che ha stretto in una morsa di paura e angoscia il mondo sono decedute in media 79 persone, più di una al minuto. Una diffusione sorprendente che ha preso tutti in contropiede, costretto le autorità sanitarie di mezzo mondo a rivedere la propria organizzazione, a mettere in piedi in fretta e furia un piano d’emergenza.
Nel mondo oggi si contano quasi tre milioni di casi. E se in Cina lo spettro del coronavirus ha diradato la sua immagine, in Europa e negli Stati Uniti, l’incubo è ancora ben presente. Ci sono Paesi, come la Spagna, dove la strage è continua: nelle ultime 24 ore ci sono stati 378 decessi e oltre 223mila casi. Il virus ha spento l’America, dove tra venerdì e sabato sono stati registrati 1.258 morti, che portano il dato complessivo a oltre 53mila, con una progressione impressionante di contagi, quasi un milione. In Gran Bretagna sempre in 24 ore ci sono stati 813 decessi nei soli ospedali e il totale è salito a 20.319; il virus ha ucciso quasi una media cittadina.
Anche dove è stato registrato il picco e la curva dei casi positivi ha cominciato progressivamente e lentamente a scendere, la vita ha ripreso in parte la sua normale routine, le autorità sono pronte a cambiare bruscamente strategia nel caso di una seconda ondata. D’altronde proprio ieri, sabato, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), ha precisato che per adesso non ci sono ancora prove che chi ha già contratto il coronavirus, una volta guarito non possa essere nuovamente reinfettato. Nessuno, dunque, in questa brutta storia è a rischio zero.
"Molti studi - ha spiegato l’Oms - hanno dimostrato che le persone che sono guarite dall’infezione hanno gli anticorpi per il virus. Tuttavia alcuni di questi hanno livelli estremamente bassi di anticorpi neutralizzanti nel sangue. Al 24 aprile 2020 nessuno studio ha valutato se la presenza degli anticorpi da Sars-CoV-2 possa dare immunità ad una successiva infezione nell’uomo". L’unico modo per ripartire è il vaccino. "Che - ha spiegato l’Oms - nascerà da una storica collaborazione fra Stati". mspignesi@caffe.ch
26.04.2020


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