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L'analisi
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Ma il corpo sociale
è molto più a rischio
MARINO NIOLA, ANTROPOLOGO


La gente ha paura, comincia a diffidare, si chiude nelle case, uno scoppio di terrore, un urlo disumano, la peste a Milano!”. Sono parole di una canzone di Giorgio Gaber scritta nel 1974, ma che fotografano alla perfezione la situazione di questi giorni. Con la psicosi da coronavirus che dilaga gettando un’ombra sinistra sullo stato di salute del legame collettivo. Mostrando così che il corpo sociale è molto più a rischio dei corpi in carne e ossa. È quel che succede sempre in occasione delle grandi epidemie, quando le persone cedono alla paura, che è più forte delle ragioni e proprio per questo non è mai buona consigliera. Perché porta a vedere l’altro come un nemico, un possibile untore, un veicolo di contaminazione. E sdogana quel fondo egoistico, quella sistole della mente e del cuore, quell’individualismo disperato che in condizioni normali teniamo a freno.
Se non altro non li manifestiamo perché, almeno un po’, ne abbiamo vergogna. Invece questa condizione di infiammazione morale, questo stato di eccezione epidemico, ci esonerano dalla decenza e fanno emergere la parte peggiore di noi. Quel virus che incubiamo nell’interno del nostro scontento e che attende solo un momento e un pretesto per rivelarsi.
Così il timore di un contagio dei corpi diventa la copertura di una serrata delle anime. Che ci rinchiude, come collettività e come individui, in una cittadella immunitaria. Che apparentemente ci protegge, seda la nostra insicurezza, ma che in realtà ci rende sempre più soli e spaventati. Ci porta a vedere ovunque potenziali fattori di infezione e quindi ci fa sospettare di tutto e di tutti, ci rende il mondo sempre più estraneo e ostile. Prima gli stranieri e i frontalieri, poi quelli che ci sono vicini. È un confine che si sposta e che soffoca gradualmente la nostra esistenza, il nostro universo relazionale. Il risultato è che quest’atrofia progressiva del tessuto collettivo, del senso di comunità e di solidarietà fa ammalare la vita. La avvelena. E alla fine rappresenta una patologia ben peggiore del male da cui cerca di difendersi.
Del resto, la storia delle grandi epidemie conferma questa tendenza all’autoisolamento nella camera sterile dell’egoismo, nella quarantena del risentimento, che elimina gli anticorpi sociali. Dalla descrizione della peste ateniese di Tucidide che rappresenta il grande format di tutti i racconti di contagio, il modello di ogni storytelling epidemiologico. Fino al grande affresco manzoniano della peste milanese. In ogni caso il leitmotiv è costituito dalla solitudine, dalla degenerazione degli affetti in sospetti, dalla morte della pietà. Che alla fine punisce, per una sorta di contrappasso, soprattutto coloro che si sono mostrati troppo attaccati a sé stessi e hanno rifiutato ogni contatto con gli altri. È in questi momenti, come dice Alessandro Manzoni, che la paura diventa aggressività, insensibilità, crudeltà. Perché preferisce attribuire le cause del male a un fattore umano "contro cui possa far le sue vendette", piuttosto che riconoscerne la dipendenza da una causa oggettiva, senza colpevoli. Così la paura si allea al calcolo, all’opportunismo e libera gli istinti peggiori che dormono al fondo dell’umano. Perché è lì che si trova il vero focolaio della malattia che, di volta in volta, il coronavirus di turno si limita a mettere in luce.
01.03.2020


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