Progetti di rilancio di economisti, negozianti e associazioni
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Chiusi 300 negozi
negli ultimi 5 anni
MAURO SPIGNESI


Si chiama valore aggiunto. Ed è quell’offerta in più, quell’aspetto gradito alla clientela, quella mossa di marketing intelligente che consente di restare a galla e far crescere il fatturato. Può arrivare dalla proposta di prodotti locali, dunque unici, alla cura dei negozi che vanno rinnovati, dagli articoli di qualità agli investimenti sul personale per migliorare i rapporti con la clientela. E alla valorizzazione del cuore delle città. Sono quattro, dunque, le proposte che gli esperti, chi lavora nel settore, tratteggiano per bloccare l’emorragia dei negozi piccoli e medi. "Il punto vero oggi è riportare la gente nel centro, autentico motore dello shopping, generatore di acquisti - spiega il professor Carmine Garzia, economista e docente all’Advanced management centre dell’Università di Lugano, autore dell’ultimo studio scientifico sul commercio in Ticino (su mandato della Disti) -. Bisognerebbe trasformare le aree storiche in grandi centri commerciali meno spersonalizzati di quelli delle periferie, più legati al territorio, con un’offerta articolata capace di sviluppare una attrazione sociale forte". Per Garzia le idee lanciate in questi mesi dai Comuni, "vanno bene, ma non bastano. Sono i centri che bisogna rivoluzionare, riportando qui anche i servizi, i grandi uffici. Ed è un’operazione, rivedendo anche la politica degli affitti oggi piuttosto cari, che si potrebbe fare in tempi ragionevoli cercando di coinvolgere commercianti, politici, imprenditori, ristoratori e organizzatori di manifestazioni culturali e di spettacolo. Solo così, presentando lo shopping come una emozione, si potrà rispondere al turismo degli acquisti e alla concorrenza online".
Nel frattempo città medie e grandi hanno lanciato ognuna una propria cura per il malato, una propria ricetta. Chiasso offrirà parcheggi gratis il sabato sera. E mesi fa ha presentato il progetto "Frequenze" per allestire iniziative d’arte o di spettacolo nei locali rimasti vuoti. Lugano ha già organizzato diversi incontri, per trovare soluzioni a troppa burocrazia, affitti e posteggi cari, orari d’apertura antichi e inadeguati. Poi c’è chi, come Mendrisio, assegna aiuti finanziari a chi vuole abbellire le vetrine e gli ingressi delle botteghe. E chi, ancora, come Locarno, sta studiando nuove strade, magari scale mobili, per collegare il centro con la Città Vecchia. Ma il tessuto del commercio ticinese, quei circa 1.900 negozi che offrono lavoro a 11mila collaboratori (tra part time e tempo pieno), come è emerso nell’ultimo censimento realizzato per mettere a punto il nuovo contratto collettivo del commercio, negli ultimi cinque anni ha perso circa 300 punti vendita.
"Per combattere la crisi e far fronte all’online oggi non basta più contenere i prezzi. Serve un’offerta personalizzata. Chi acquista non deve entrare in un negozio punto e basta. Ma fare una esperienza - spiega l’economista Supsi e Usi Amalia Mirante -. Nel senso che io una camicia posso comprarla sul web ma posso anche avere la voglia e il gusto di acquistarla in un negozio dove la commessa mi dice subito che taglia prendere, mi consiglia stile e colore. Per questo ci vogliono competenze e investimenti sulle risorse umane". Poi, secondo Mirante, "benvengano anche gli aiuti dei Comuni, un po’ d’ossigeno per stemperare gli effetti negativi di un cambiamento epocale nel commercio che non tutti riescono a gestire reinventandosi e adeguando l’offerta".
Per Rinaldo Gobbi, segretario della Federcommercio, "bisogna puntare sulla qualità dei prodotti proposti". Investimenti sul personale? "Certo - dice -, il nostro valore aggiunto deve essere l’accoglienza, il cliente si deve sentire a suo agio. E per questo bisogna lavorare di fantasia, magari con piccoli segnali, distintivi, come offrire un caffè a chi arriva per fare acquisti".
"I negozi - spiega Carlo Coen, storico leader dei commercianti di Chiasso - sono l’identità delle nostre città. Senza insegne e vetrine con le luci accese anche la vita delle strade si spegne. I negozi sono un fondamentale luogo di incontro, per parlare, scambiare non solo merci, ma anche notizie sulla vita del quartiere. Su questo bisognerebbe intervenire, tagliando imposte (anche se con gli affari attuali se ne pagano ben poche), alleggerendo i commercianti dai troppi balzelli. Sarebbe un primo, importante passo. Poi serve un’adeguata viabilità, e occorre trovare un meccanismo per bloccare il turismo degli acquisti".
Secondo Gobbi, inoltre, vanno bene gli aiuti per le vetrine e i buoni per i parcheggi. "Ma per affrontare il problema alla radice serve altro - osserva - perché il nostro problema è strutturale. Nel senso che, in particolare a Lugano, siamo sovradimensionati rispetto alla popolazione locale. Prima poteva andare bene un’offerta così ampia, perché c’erano i clienti italiani della piazza finanziaria, ma oggi...".

mspignesi@caffe.ch
06.05.2018


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