L'analisi
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Il governo MaZinga
nella crisi dell'Italia
FILIPPO CECCARELLI


Vola, si tuffa dalle stelle giù in picchiata...”. Ecco, dopo l’”accrocchio” e la “maggioranza Ursula”, in Italia è arrivato anche Mazinga Robot, meta-acronimo dell’eventuale governo Di Maio-Zingaretti: MaZinga braccia rotanti, MaZinga doppio laser, MaZinga onda di fuoco e via lambiccandosi la fantasia mentre s’approssima lo sfinimento.
Al meeting di Comunione e liberazione il sottosegretario - “Prego, ex sottosegretario!” - Giancarlo Giorgetti se n’è uscito: “All’estero non capiscono perché in Italia siamo capaci di metterci in questo casino”. Ora, a parte che se non lo sa lui chi altri?, seguendo gli sviluppi della crisi anche gli italiani di buon senso si chiedono come ci si possa fidare di una coalizione che ha il nome da un cartone animato, per giunta giapponese.
Ora, è pur vero che l’icona del fu governo nazional-sovranista è stata per 14 mesi il murales con i due vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio che si baciavano. Però non sembra un caso se la crisi procede per immagini, sigle e altre sintetiche bizzarrie: è infatti molto difficile spiegarla a parole, con argomenti logici e razionali, così come a nulla servono i precedenti. Gli stessi invocatissimi "due forni", formula che la sapienza curiale di Giulio Andreotti dispensò nei primissimi anni 70 (per cui la Dc poteva acquistare il pane dai liberali o dai socialista, poi anche presso il forno del Pci) presupponeva partiti uniti guidati da leader responsabili rispetto ai loro stessi iscritti. Il che non è più almeno da un quarto di secolo. Per cui il tutti contro tutti fa sì che il povero presidente Sergio Mattarella possa aspettarsi tutto e il contrario di tutto.
Quindi, forse, anche il governo MaZinga, con i suoi due protagonisti nei cui panni nessuno vorrebbe trovarsi. Perché il primo dei due, Di Maio, ha tutta l’aria di aver capito non solo quanti errori ha commesso, ma anche quanti sono pronti a farglieli pagare. Viene dunque al pettine nel M5S il nodo del potere interno che "Giggino" Di Maio pretese e ottenne assoluto, indiscutibile e su misura. Ma per quanto ancora dopo il disastro elettorale?
Se non suonasse come un effettaccio, si direbbe che nel buio il capo politico intravede scintillare le lame senza troppo distinguerne i proprietari: Grillo, Fico, Dibba, Casaleggio, il professor Conte, un paio di insospettabili ministri e un sacco di parlamentari che "quando ci ricapita più?". Per cui l’Italia resta senza governo, ma in un Paese celebre per il suo attaccamento al "particulare" è pur sempre in momenti come questi che si cerca un capro espiatorio; e trovarlo non è mai impossibile.
Sull’altro fronte Nicola Zingaretti è lì al Nazareno, sede del Partito democratico (Pd), poveraccio, come colui che sta sospeso, e magari deve guardarsi anche da se stesso. Il concitato sviluppo della crisi mette a nudo i limiti di una leadership sagomatasi sull’ordinaria amministrazione. Così il segretario, nella capitale conosciuto anche come "Er Saponetta" per la sua abilità a scivolare via, "si augura", o "fa appello al senso di responsabilità" mentre il Pd ribolle, Matteo Renzi fa il diavolo a quattro e fioccano gli audio di contrabbando. Intanto per entrambi i fautori del MaZinga i social sono oracoli atti a giustificare qualsiasi mossa; e giorno per giorno i sondaggi complicano se possibile ogni strada indicando blocchi stradali, percorsi interrotti, ingorghi, frane, autovelox e persino fiumi in piena.
25.08.2019


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