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Il direttore della Moncucco e i rischi della seconda ondata
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"Attenti al virus nelle scuole
e nelle case anziani"
LILLO ALAIMO


In piena emergenza non ha avuto peli sulla lingua, convinto che solo analizzando e conoscendo limiti ed errori del proprio lavoro è possibile prepararsi ed attrezzarsi adeguatamente. A cosa? Ad una eventuale, probabile seconda ondata di contagi da coronavirus. Christian Camponovo, direttore della Clinica Luganese Moncucco (secondo centro Covid in Ticino dopo La Carità di Locarno), con il Caffè torna sui temi di questa primavera. E torna tra l’altro a dire che…, per gli anziani ospiti delle Case sarebbe opportuno prevedere una struttura per i contagiati e che oggi allentare la prevenzione in queste strutture non è assolutamente cosa da fare. Torna a dire che è fondamentale introdurre l’obbligo della mascherina in alcuni luoghi, anche per gli allievi a scuola… E dice, valutando alcuni dati, che i contagi torneranno a crescere così come le ospedalizzazioni e i morti. Dice molte cose Camponovo e tutte su cui riflettere. Tanto che l’intervista integrale il Caffè la pubblica on line, caffe.ch.
Sei mesi fa, era inizio marzo, lei tracciò le prime preoccupanti “curve” di previsione di contagi e ospedalizzazioni. Pochi giorni, poche settimane e tutto venne drammaticamente confermato. Per fortuna però le strutture sanitarie evitarono il collasso. Cosa succederà il prossimo autunno, direttore?
“La risposta più semplice e meno rischiosa che le potrei dare è ‘fammi indovino che ti farò re’”. 
Allora torniamo a sei mesi fa.
“È stato fondamentale analizzare la situazione con una metodologia che è quella che ho imparato a scuola. Non essere medico mi ha probabilmente semplificato la vita, perché non ho cercato di interpretare le cifre in base a sintomi, terapie e reazioni alle stesse. I pazienti sono individui unici, che non reagiscono alle malattie in modo univoco. Questo non deve interessare chi analizza la situazione dal punto di vista macroscopico”.
Cosa deve interessare invece?
“Quante persone potrebbero essere colpite dal virus, quante potrebbero avere delle conseguenze tali da portare ad un’ospedalizzazione e quante potrebbero necessitare di cure intensive. A febbraio si trattava di fare delle stime sui dati pubblicati dall’Oms per la Cina e dai primi dati, spesso piuttosto approssimativi, che arrivavano dall’Italia. L’analisi macroscopica ha dimostrato di funzionare, anche se non tutto era chiaramente perfetto”.
Torniamo ai nostri giorni?
“Sappiamo che le persone che sono entrate in contatto con il virus erano molte di più di quelle a cui il virus è stato diagnosticato. Allo stesso tempo sappiamo che il virus ha colpito solo tra il 5 e il 10% della popolazione ticinese e questo semplicemente perché le misure di contenimento hanno dapprima rallentato e poi bloccato la trasmissione”.
E guardando oltre i confini svizzeri?
“Interpretare i dati del Sud e del Nord America risulta piuttosto difficile, le informazioni sono scarne e generali. La letalità mi sembra ricalchi quella che abbiamo registrato da noi, con forti differenze tra nazioni, come d’altronde è stato anche in Europa; mentre la velocità di diffusione del virus, anche in presenza di misure di contenimento continua ad impressionarmi e si dimostra essere molto elevata”.
Dell’Europa può dire?
“Il virus ha ripreso a circolare e qualche nazione, come Francia e Spagna, sembrano avviate verso una seconda potente ondata. Oggi diagnostichiamo sicuramente di più rispetto alla primavera scorsa e questo ci fa supporre che il virus sia meno “cattivo”. Se calcoliamo però che nella prima ondata i contagi erano da 5 a 9 volte quelli effettivamente registrati, ci rendiamo facilmente conto che la gravità della situazione non è cambiata molto”.
Analizzando quanto sta accadendo in Francia e in Spagna cosa si potrebbe concludere?
“Il controllo del virus, cioè la limitazione della diffusione, resta molto difficile, se non impossibile. Fintanto che le persone si spostano e hanno contatti sociali frequenti, il virus continua a trasmettersi e le timide misure di contenimento non sono sufficientemente efficaci”.
Da questa considerazione si possono quindi trarre delle previsioni per il Ticino.
“Sì, se ‘raggruppiamo’ tutti questi elementi e se consideriamo in particolare che da noi il 90% della popolazione deve ancora confrontarsi con il virus. Inoltre se consideriamo anche che sui soggetti a rischio gli effetti della malattia restano quelli che abbiamo conosciuto in primavera”.
Bene, considerando tutte queste cose…
“È assai probabile che anche da noi nelle prossime settimane e mesi vi sarà un incremento importante dei casi e che questi porteranno a ospedalizzazioni e decessi”.
Il contenimento però è possibile. 
“Sì, il controllo resta teoricamente possibile”.
Ma, c’è un ma direttore?!
“Non mi sembra vi siano segnali che permettano oggi di dire che il controllo possa essere ottenuto, almeno non con le attuali misure prese. Una limitazione del numero di contagi mi sembra assai poco probabile anche per la scarsa propensione soprattutto dei giovani, ma non solo, di rispettare le regole basilari a cui tutti siamo chiamati ad attenerci”.
Quindi vede poche differenze rispetto alla scorsa primavera?!
“L’unica fortuna che abbiamo rispetto a marzo è che conosciamo un po’ meglio il virus e soprattutto il meccanismo con cui agisce sul nostro corpo e questo dovrebbe permettere ai medici di essere più efficaci nel salvare delle vite, almeno tra i pazienti meno anziani e compromessi. Fare delle previsioni più ottimistiche mi sembra assai azzardato”.
In primavera, grazie ad una stretta collaborazione fra settore pubblico e settore privato (principalmente la clinica da lei diretta) si è riusciti rimodellare la rete sanitaria. Cosa è cambiato definitivamente nelle strutture? Cosa ha insegnato l’emergenza?
“Non ci sono cambiamenti definitivi, il nostro è un settore in continua e rapida evoluzione. Difficile pensare che qualcosa sia definitivo. L’esperienza acquisita ha però permesso a medici e infermieri di crescere in termini soprattutto di capacità di gestire pazienti critici e più in generale situazioni complesse. Le intense giornate di fine marzo hanno lasciato in molti nostri collaboratori un “imprinting” che li sta aiutando a gestire situazioni critiche di pazienti affetti da altre malattie. Basti al proposito ricordare che in pochi giorni la Clinica è passata dal gestire 6 letti di cure intense a 25-30 circa, con la disponibilità ad andare ancora oltre”.
E della collaborazione con il settore pubblico che dice?
“È stata un’esperienza unica e privilegiata. I contatti con l’Ente ospedaliero e in particolare con La Carità di Locarno continueranno ad essere forti. Assieme abbiamo dato il massimo per garantire la migliore risposta possibile all’emergenza. Di questo penso potremo continuare a esserne fieri e sarà un sentimento che ci aiuterà ad affrontare assieme altre sfide che purtroppo in campo sanitario non ci verranno risparmiate”.
Sul fronte delle terapie intensive non esistono più timori? Il numero di posti letto e la loro “qualità” oggi è adeguata e pronta a fronteggiare una possibile nuova emergenza?
“Quello delle cure intense continua ad essere il tema più delicato e preoccupante. Lo sforzo fatto in primavera per ‘aprire’ circa 100 letti di cure intense aggiuntive per i soli pazienti Covid è stato immenso e ha potuto essere realizzato solo ed unicamente per la grandissima disponibilità del personale curante. Tornare a quei numeri sarà molto difficile, soprattutto se dovremo, come penso sarà il caso, continuare a garantire le cure ai ‘normali’ pazienti e se la seconda ondata dovesse protrarsi nel tempo”.
Non si sa però quali potranno essere le necessità.
“Durante la prima ondata in clinica abbiamo chiuso interamene il blocco operatorio per far posto ai pazienti di cure intense e per poter avere sufficiente forza lavoro. Difficile immaginare di fare altrettanto nel prossimo autunno, con il rischio che la seconda ondata potrebbe nella migliore delle ipotesi durare molto più a lungo. 
Lei parte però da un presupposto…
“Sì, il presupposto che non si potrà più imporre un lockdown e che quindi il virus potrà essere nella migliore delle ipotesi rallentato con delle misure di contenimento, ma che continuerà a diffondersi per settimane e forse mesi”. 
In che modo la clinica si sta preparando?
“Continuare a curare gli ammalati di sempre è e dovrà restare una priorità. Anche per questa ragione la Clinica Moncucco si sta preparando, creando dei letti che al bisogno potranno servire per accogliere dei pazienti intubati. Questo sarà reso possibile da alcune importanti donazioni e da una trasformazione di alcuni spazi di cui daremo a breve comunicazione. L’obiettivo è quello di prepararci non solo per la possibile, probabile seconda ondata, ma anche per eventi straordinari futuri, come detto senza intaccare le nostre normali capacità di cura”.
Il personale medico e infermieristico qualificato residente nel cantone non è ancora sufficiente a garantire autonomia nel caso di chiusura totale delle frontiere. Che fare per trovare una soluzione nel medio-lungo termine?
“Sul medio termine dovremo continuare ad investire nella formazione e dovremo anche rivedere alcune modalità di formazione. Non possiamo più permetterci di trovarci tanto esposti”.
Esposti soprattutto nei settori con maggiori necessità.
“Sì, cure intense e pronto soccorso. Per questi ‘campi’ il tipo di formazione non è al passo con i tempi e non favorisce l’aumento del numero delle persone formate. Gli istituti che vorrebbero partecipare alla formazione sono penalizzati da un sistema di riconoscimento molto restrittivo e che ricorda piuttosto quello delle corporazioni, quindi di tipo protezionistico”. 
Che fare quindi?
“L’autorità deve avere il coraggio di prendere in mano la situazione e inserire queste formazioni all’interno della Supsi, valorizzando le molte competenze già presenti in questo istituto. La qualità della formazione non deve diminuire, ma devono essere trovati adeguati compromessi tra il formare e il limitare i posti di ‘stage’ con ragioni spesso pretestuose e che nulla hanno a che fare con la qualità dei futuri infermieri specializzati nelle aree critiche, cioè cure intense, pronto soccorso e anestesia”.
E lei pensa si possa riuscire a fare a meno dei frontalieri?!
“Senza i frontalieri il Ticino sanitario non ha alcuna possibilità di sopravvivere. Il rischio è quello di diventare come il Giappone, dove il ricorso ai robot nelle cure è dettato semplicemente dall’impossibilità di trovare sufficiente personale curante, in una società che invecchia sempre più e che rifiuta l’immigrazione”.
Le spese eccezionali per l’emergenza stanno pesando parecchio sui bilanci sia del settore pubblico sia di quello privato. Il presidente dell’Associazione cliniche private due mesi fa ha prospettato anche licenziamenti nel caso lo Stato non fosse intervenuto. Qual è ora la situazione?
“Di grande incertezza. Da una parte vi sono i costi che le strutture che sono intervenute in prima battuta hanno sopportato per curare i pazienti Covid. Il sistema di remunerazione delle cure stazionarie non prevedeva chiaramente delle tariffe Covid e queste ad oggi non sono ancora state definite”.
Cosa intende dire esattamente?
 “Ci siamo trovati a curare una malattia grave potendo fatturare una tariffa pensata per delle malattie più “leggere” e quindi meno costose in termini di risorse investite. Su questo fronte non vi è alcuna novità e le trattative mi sembrano ancora in alto mare”.
Inoltre a pesare sui bilanci c’è stato il blocco delle attività non urgenti…
“Un blocco che ha colpito tutte le strutture del settore. Purtroppo a differenza di altri campi, in quello ospedaliero il Cantone ha deciso di non riconoscere le indennità per il lavoro ridotto, mettendo in chiara difficoltà tutte le strutture, pubbliche e private. Non possiamo che deplorare questa decisione e opporci nelle opportune sedi, sperando di riuscire ad ottenere ragione, perché altrimenti i “buchi” a fine anno non saranno facili da chiudere”.
Direttore torniamo all’emergenza, alla probabile futura ondata. In pieno lockdown lei sottolineò la necessità di una gestione differente dei contagi nelle case per anziani. Ad inizio marzo disse della necessità di fare ciò che si stava facendo con gli ospedali. Ovvero due strutture, La Carità e la Luganese, interamente destinate ai contagiati dal coronavirus. Per gli anziani non si pensò e non si pensa tutt’ora nemmeno ad una sola struttura. Cosa accadrà in caso di una nuova forte ondata?
“Difficile fare delle previsioni. Sappiamo dalla prima ondata da noi e da quanto sta succedendo in altre nazioni, che le persone anziane continuano ad essere un bersaglio particolarmente facile per il virus. Il tasso di letalità è impressionante e non sembra essere cambiato sostanzialmente. Una volta che un anziano si ammala non ci sono molte possibilità per aiutarlo a guarire”. 
Quindi che fare?
“Continuo ad essere convinto che l’unica vera possibilità per fare qualcosa di buono sia quella di evitare il contagio. Le misure di prevenzione sono un’ottima cosa e stanno dimostrandosi molto efficaci. Arriverà però inevitabilmente il momento in cui il virus entrerà nuovamente in alcuni istituti”.
Già e a quel punto cosa resterà da fare?
“Isolare i pazienti positivi al virus in singole strutture si è dimostrato efficace durante la prima ondata. Le case per anziani toccate dal virus sono state chiamate a creare dei reparti dedicati ai pazienti Covid. Questo ha aiutato ad affrontare la situazione, ma dati alla mano non mi sembra di poter dire che sia stato determinante”. 
Sembra voler tornare alla proposta di qualche mese fa.
“Continuo a ritenere che la creazione di strutture dedicate alla cura e all’assistenza degli ospiti delle case per anziani che hanno contratto il virus, fino alla loro guarigione, sia utile; assieme chiaramente ad una politica diagnostica molto aggressiva. Test a tappeto tra gli ospiti di tutte le strutture sociosanitarie dove si sono rilevati dei casi”.
Se in primavera ci si lamentò per una gestione poco coordinata e rigida della prevenzione nelle case per anziani, ora sembra invece che Bellinzona sia intenzionata a chiedere proprio in questi giorni più elasticità dopo l’emergenza di primavera. Maggiore apertura ora che l’onda è alle spalle. Che ne pensa?
“Ho avuto l’occasione di sentire qualche collega delle case per anziani e ben comprendo una certa preoccupazione, se non addirittura rabbia, di fronte a queste esternazioni”.
Perché direttore?
“Anche noi siamo stati toccati tra aprile e maggio da un paio di casi di acquisizione del virus che potrebbe essere stata di origine nosocomiale. Questo significa che due pazienti potrebbero aver preso il virus attraverso dei contatti con altri pazienti o più probabilmente attraverso l’interazione con il personale. Sono situazioni gravi e che toccano tutti. Malgrado si sia fatto tutto il possibile per evitare questo, è accaduto”. 
Intende quindi dire che allentare la prevenzione sarebbe un errore?!
“Sì, oltretutto in un momento in cui i numeri tornano a salire. Naturalmente sono cosciente del fatto che anche la solitudine dei pazienti e degli ospiti delle case per anziani è un problema”.
Mesi fa lei ebbe più volte modo di ricordare e sottolineare l’importanza dell’uso delle mascherine. E come lei la Taskforce federale. In Svizzera si sta procedendo in ordine sparso. Il Ticino, a differenza di altri Cantoni, non l’ha resa obbligatoria nei negozi, nei centri commerciali... In Francia, per esempio, è obbligatoria per strada. Qual è la sua opinione?
“Siamo liberi di determinare il nostro futuro e di questo dobbiamo innanzitutto esserne coscienti. Dobbiamo prima di tutto decidere se è per noi, intesi come società, è prioritaria la libertà immediata - quella ad esempio di non indossare la mascherina - o se preferiamo trovare dei compromessi che ci permettono di continuare a vivere bene, magari con qualche limitazione, ma evitando un secondo lockdown”.
Quindi mascherine e igiene delle mani restano fondamentali a suo avviso?
“Certamente. L’igiene delle mani è fondamentale, ma è anche difficile da garantire. Ve lo dice uno che osserva da vicino il personale curante e che lo stima per l’impegno che ogni giorno mette nella disinfezione delle mani. Ma non basta perché sappiamo bene che il virus si trasmette anche e soprattutto tramite le piccole goccioline di acqua che espelliamo anche solo parlando. Dobbiamo quindi indossare la mascherina per evitare che chi è ammalato espella queste goccioline dove altri le possono assorbire”. 
Ma sembra non ci sia verso in Ticino di introdurre l’obbligo della mascherina in alcuni luoghi e in alcune situazioni…
“Purtroppo si continua a farne una guerra di religione e la mascherina resta per molti un tabù. Come ha dimostrato il nostro personale che ha curato i pazienti Covid già a fine febbraio, disinfettandosi le mani e indossando la mascherina si può prevenire la trasmissione anche da persone che hanno una carica virale molto elevata. Perché quindi non generalizzare l’uso della mascherina e continuare una vita più o meno normale?!”.
E allora in previsione di una seconda ondata… 
“Sì, anche a fronte di una seconda ondata, con l’igiene delle mani, il distanziamento sociale e la mascherina potremmo vivere tutto sommato quasi normalmente: possiamo visitare i nostri cari, mandare in sicurezza i nostri figli a scuola… Preferisco far indossare la mascherina a mio figlio che privarlo di parte dell’istruzione!”.
Già, le scuole! Riaprono le scuole. Ma senza mascherine, quanto meno per gli allievi. È un azzardo?
“Certo! Sappiamo che il virus circola anche da noi, sappiamo che i giovani possono contrarre il virus e che sviluppano una carica virale che rende la trasmissione non solo possibile, ma direi probabile in determinate condizioni. Sappiamo anche che molti giovani hanno sintomi lievi o totalmente assenti e che questo rende la prevenzione difficile, se non impossibile”.
E a fronte di tutte queste conoscenze? 
“Direi proprio che si tratta di un azzardo. D’altra parte anche l’Oms ha recentemente raccomandato la mascherina per tutti i bambini dai 6 anni. Mi rendo conto che si tratta di una misura drastica e alla quale non siamo abituati, ma il virus lo impone”.
Tra rinunciare anche parzialmente all’istruzione o imporre l’obbligo della mascherina?
“Non ho alcun dubbio: imporre l’obbligo della mascherina ad allievi e docenti. Al proposito ricordo che da noi in ospedale dal 3 di marzo tutti lavorano costantemente con la mascherina”.
I contagi altrove sono ripresi con il ritorno dalle vacanze, con l'inizio delle attività produttive, con l’allentamento di alcune misure di prevenzione, con una graduale minor attenzione dei singoli... Cosa prevede per le prossime settimane in Svizzera?
“I numeri non possono che crescere perché sono tornati ad aumentare i contatti sociali e perché più virus circola e più è probabile che durante questi contatti lo stesso venga trasmesso a una o più persone. Non illudiamoci di poter contare sul miracolo e ricordiamoci che tra la trasmissione e i sintomi possono passare parecchi giorni nei quali siamo contagiosi senza nemmeno poter dubitare di essere positivi. Non dimentichiamo nemmeno che quello che viene misurato questa settimana, in termini di numero di casi, è quanto era presente la settimana scorsa”. 
E questo significa che… 
“Che ogni reazione sarà sempre tardiva”.
Quali sono le curve di previsione che ha tracciato per l’autunno? Sempre tre scenari?
“Direi che dopo quanto vediamo in alcune nazioni, soprattutto in Francia e Spagna, ma anche a quanto si intravvede ormai in Italia e in Inghilterra, restano due scenari: una crescita più lenta di quella della prima ondata, almeno in termini di ospedalizzazioni e occupazione delle cure intense perché il confronto sul numero di persone infette resta difficile per quanto spiegato in apertura…”.
Oppure?
“Una crescita altrettanto rapida e pericolosa per il nostro sistema sanitario come quella della prima ondata”.
Quindi occorre essere pronti a reintrodurre misure di contenimento?
“Certo e spero non siano tardive per contenere la rapidità di diffusione. Resto su questo però molto prudente perché le pressioni economiche, che capisco perfettamente, non permetteranno verosimilmente di essere incisivi come si è stati nel mese di marzo”.
Il piano pandemico cantonale, si è scoperto in primavera, era vecchio di anni. Mai aggiornato dalla prima stesura. È stato fatto qualcosa in questi mesi e su cosa occorrerebbe puntare in modo particolare? 
“Tutti gli operatori del settore sanitario hanno fornito utili informazioni su quanto è stato fatto (o non fatto) durante la prima fase dell’epidemia. Adesso attendiamo che le autorità elaborino queste preziose informazioni e mettano in consultazione delle proposte per la gestione di una situazione che abbiamo più o meno già conosciuto. Speriamo che questo avvenga a breve”.
Un’ultima cosa direttore. Quale errore, fra quelli fatti in primavera nella gestione dell’epidemia poi trasformatasi in pandemia, è stato il più grave e ora è da evitare assolutamente?
“Quello di sottovalutare l’epidemia e le sue conseguenze sia sulla salute delle persone che sulla società nel suo insieme”.
29.08.2020


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