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Analisi e giudizi sull'eredità dell'iniziativa Schwarzenbach
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"Cinquant'anni dopo
la xenofobia resiste"
ANDREA BERTAGNI E MAURO SPIGNESI


Da allora è trascorso mezzo secolo, una vita. Eppure quel passaggio storico che ha dilaniato e diviso la Svizzera, fatto emergere pulsioni xenofobe contro gli stranieri, resta una ferita aperta. E restituisce l’idea di un Paese incapace di fare sino in fondo i conti con questo ingombrante passato collettivo. Perché l’iniziativa Schwarzenbach - come spiega lo storico Toni Ricciardi nella pagina precedente - andò a minare l’anima di una Svizzera capace di crescere facendo convivere le differenze culturali e linguistiche. E oggi, con le diverse iniziative popolari, con le espulsioni contestate (vedi articolo nella pagina accanto), il clima di chiusura, quella ferita ritorna d’attualità.
"Come se in tutti questi anni la politica non sia riuscita a fare una narrazione positiva dell’immigrazione. L’Udc continua ad alimentare l’odio nei confronti dell’Europa, dei richiedenti l’asilo e degli immigrati provenienti dai Paesi più poveri, i cosidetti rifugiati climatici", racconta l’avvocato Carlo Sommaruga, deputato socialista al Consiglio degli Stati e figlio di Cornelio, diplomatico, storico presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa.
"Quell’iniziativa - afferma Nenad Stojanovic, politologo, emigrato dalla Sarajevo dilaniata dalla guerra - ancora oggi ci ricorda che ogni democrazia, in particolare la nostra che si esprime attraverso il voto popolare, contiene dei rischi per le minoranze. Ma sono rischi che vengono disinnescati dalla maturità del popolo, che allora come in buona parte delle occasioni in cui si è parlato di limitare l’immigrazione, si è sempre dimostrato saggio e ricco di buonsenso".
Ma i ricordi dell’iniziativa Schwarzenbach sono ancora presenti anche in Ticino. "Il clima di quegli anni in fabbrica era di paura - racconta Nando Ceruso, ex sindacalista, emigrato giovanissimo dalla Sardegna per fare l’operaio alla Monteforno -  perché stava emergendo una forte componente xenofoba, che ancora oggi ogni tanto si riaffaccia. Ma la vera lezione che ci ha lasciato quel momento storico (ed è ancora attuale) è che allora emerse in Ticino un sentimento di accoglienza e di solidarietà che portò a una partecipazione, a una crescita collettiva verso l’integrazione della comunità italiana che oggi rappresenta una importante componente del Paese".
Secondo Fabio Merlini, filosofo e docente, rispetto a quel tempo "oggi la percezione della minaccia è cambiata. Non è più l’italiano, come 50 anni fa, ma sono altre etnie. O anche l’Europa stessa. È una casella che può essere riempita secondo le tristi necessità o per soddisfare i nuovi rigurgiti di intolleranza". Nuovi rigurgiti che il sociologo Sandro Cattacin attribuisce a "Christoph Blocher. Ha avuto l’idea di inglobare i partiti di estrema destra, che furono gli ideatori dell’iniziativa Schwachenbach, nell’Udc. Se 50 anni fa il nemico erano gli italiani oggi sono diventati gli arabi, i kosovari, i neri. Un nemico senza volto, pronto a mobilitare l’elettorato in chiave anti-straniera". Per Renato Martinoni, professore emerito di letteratura italiana, quella di Schwachenbach "non era un’iniziativa anti-italiana, c’erano anche motivazioni di carattere economico. Quando un partito usa gli stranieri o rapporti con l’Unione europea per tirare l’acqua al suo mulino, non è corretto. Occorre rimanere su posizioni serie. Non si può essere egoisti, ma nemmeno superficiali".  
Inoltre - spiega Sarah Rusconi di Amnesty International (sezione Ticino) - "la lista di iniziative anti-stranieri proposte negli ultimi anni è lunga. I discorsi contro i frontalieri italiani, francesi o tedeschi – per non parlare dei toni contro persone di altre religioni o etnie - non mancano. Addirittura ci sono norme che prevedono di togliere il permesso B o C a stranieri residenti nel nostro Paese da anni, che hanno contribuito alla nostra prosperità, perché affrontano un periodo di difficoltà. Purtroppo sembra fare breccia la volontà di dividere tra cittadini di serie A e cittadini di serie B, i cui diritti possono essere calpestati perché stranieri".
Petra Gössi, presidente nazionale del Plr è più cauta: "I dibattiti politici sull’immigrazione - dice al Caffè - rimangono costanti. La legislazione è però cambiata in modo significativo. Oggi abbiamo una gestione dei flussi di stranieri molto più liberale e meno burocratica. E anche oggi come 50 anni fa l’immigrazione segue dei cicli".
an.b./m.sp.
06.06.2020


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