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Opportunità e limiti dell'"impiego" nella propria abitazione
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Il lavoro si è spostato,
ora è fuori dall'ufficio
CLEMENTE MAZZETTA


Il coronavirus ha ucciso il lavoro in ufficio. L’esplosione dello smart working, dell’home working, del "lavoro da casa" ha accelerato una dinamica presente nel mondo del lavoro, frutto di un’innovazione tecnologica sempre più esasperata. Fine della fabbrica, degli uffici, dei magazzini, fine degli orari di entrata e uscita. Fine delle pause caffè con colleghi. Ora si lavora e si produce nell’immediato. Si fa tutto in "just in time". Da remoto. Da soli.
"Il futuro vedrà certamente un incremento dello smart working, anche se non nell’ampiezza con cui è stato praticato in questo periodo -osserva l’economista Angelo Geninazzi -. Le persone hanno preso dimestichezza con le tecnologie e hanno capito che molto di quel che si faceva in presenza si può fare stando a casa, senza inutili spostamenti". Cita uno studio dalla Scuola universitaria professionale della Svizzera nord-occidentale che stima un aumento almeno del 10%, anche dopo la fine del coronavirus.  Per Marco Salvi, economista di Avenir Suisse, gli spazi di crescita sarebbero attorno al 40% degli impieghi: "Molte imprese si stanno strutturando per offrire questo tipo di flessibilità che piace molto agli smartworker". Una trasformazione che sta avvenendo in corso d’opera. In una specie di terra di nessuno.
"Al momento non c’è una normativa precisa su alcuni aspetti problematici dello smart working, quali l’orario, le pause, la sicurezza, la reperibilità, il tempo. Si fa riferimento  alla legge sul lavoro - dice il sindacalista dell’Ocst Giovanni Scolari -. In alcuni settori questa modalità è gradita dai lavoratori, in altri meno".
Il gradimento varia anche da persona a persona. Alcune aziende se ne fanno un vanto nel proporlo, altre lo rifiutano ai propri dipendenti. Tanto che il Ps ha presentato una mozione che chiede al Cantone di promuovere il telelavoro "su larga scala" una volta superata la crisi.
"È il riflesso di un’emergenza, introdotto molto rapidamente e non soppesato a sufficienza - osserva Meinrado Robbiani, deputato nazionale, segretario cantonale dell’Ocst fino al 2016 -. Ci sono aspetti positivi: consente di lavorare al di fuori dello schema abituale, permette di programmare meglio il proprio tempo, di conciliare lavoro e famiglia, riduce la mobilità.  Ma dall’altro ci sono punti critici: la rottura della vicinanza fra i lavoratori, della comunicazione interpersonale. Solleva poi dei problemi sulla sicurezza dei dati, sulla privacy". Questioni rimaste sospese. "Quello che stiamo vivendo è un assaggio di quel che si sta disegnando come rapporto fra lavoro e tecnologia digitale - aggiunge Robbiani -. È quindi importante, sulla base di questa esperienza che si cerchi di attuarlo non solo a vantaggio dell’impresa ma anche dei dipendenti. In una prospettiva di medio termine, il tema delle nuove tecnologie deve essere ripensato all’interno di un’organizzazione del lavoro che migliori il coinvolgimento e la partecipazione dei lavoratori".
Le resistenze sono trasversali: se per il sindacato si rischia di perdere i confini chiari tra lavoro e tempo libero, per molte aziende  viene a mancare efficienza produttiva. "Non si è ancora usciti dal dilemma fra i sindacati, che temono un eccesso di carichi di lavoro, e di datori, che hanno paura di perdere il controllo dei dipendenti", sottolinea Geninazzi, secondo cui la soluzione al dilemma sta nel garantire la più ampia libertà contrattuale individuale. "Le resistenze nell’azienda, aggiunge Salvi - sono dovute alle difficoltà di coordinamento dei dipendenti, cosa più facile all’interno di una dinamica di presenza. Ma più che di nuove normative, c’è bisogno di più libertà di contrattazione".
cmazzetta@caffe.ch
30.05.2020


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