Fuori dal coro
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Quei valori del '68
nelle idee di Kennedy
GIÒ REZZONICO


Sono passati cinquant’anni dai movimenti studenteschi del Sessantotto. Per chi li ha vissuti, come chi scrive, hanno rappresentato un momento importante della vita. Quest’anno se ne parlerà molto. Vorrei raccontare, retrospettivamente e introspettivamente, come li ho vissuti.
Ero attratto dai discorsi di Bob Kennedy, che dopo l’assassinio del fratello John era pure lui in corsa per diventare presidente degli Stati Uniti. E lo sarebbe con ogni probabilità diventato se non l’avessero ucciso. Oggi i Kennedy sono ammirati anche dalla sinistra. A quei tempi come kennediano venivi deriso. Non è stato facile l’impatto con un mondo che era diverso da quello a cui appartenevo.
Mi sono così opposto ai miei compagni che protestavano. Non era semplice, ma ci siamo sempre rispettati; eravamo in buona fede.  Proprio per questa ragione più tardi mi sono chiesto se su molte rivendicazioni non avessero ragione loro: penso alle pari opportunità e alla democratizzazione negli studi; alla parità dei sessi; al rifiuto dell’autoritarismo; alle conquiste sociali. Principi che, sebbene portati avanti in altri modi, ritrovavo anche nei discorsi di Bob Kennedy, come Valter Veltroni, ex leader della sinistra italiana, ha poi sottolineato decenni più tardi.
Non potevo però tollerare i modi di quei miei compagni che avevano eretto barricate, anche se in Ticino erano solo ideologiche. È vero che anche sull’altro fronte, gli adulti, erano in pochi coloro che accettavano le contestazioni e cercavano il dialogo. I più si irrigidivano mostrando il lato peggiore del potere: l’ipocrisia. Condannavano i miei compagni per i metodi di lotta usati, ma i loro non erano migliori. Fermi sulle loro posizioni, non si mettevano in discussione.
Ero a disagio sia verso i compagni di scuola contestatori sia verso gli adulti. Avrei voluto trovare una via per condividere le rivendicazioni che mi sembravano giuste. Ma ti si chiedeva di stare da una parte o dall’altra. E dalle due parti erano arrabbiati: gli uni perché si sentivano vittime di un sistema, gli altri perché non avevano nessuna intenzione di mettere in gioco i loro privilegi.
Mi sentivo un privilegiato perché non avevo voglia di studiare ma ciò malgrado avevo la possibilità di farlo. Provenivo da una famiglia piccolo-borghese dove per nostra fortuna non abbiamo mai avuto problemi finanziari e nella quale ciò che avevamo era ritenuto un diritto acquisito, senza troppo preoccuparsi di chi faceva fatica.
Negli anni ho imparato che si può essere corretti, impegnati e preoccupati per le condizioni dei più anche accettando le proprie origini, senza sentirsi in colpa ma battendosi per costruire un mondo più giusto.
11.02.2018


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