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La sostituzione uomo-macchina tra fiscalità e timori
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"Contro la disoccupazione
serve una tassa sui robot"
ANDREA BERTAGNI


Macchine sempre più intelligenti, dotate di un cervello artificiale, che sostituiscono il lavoro manuale. E, di conseguenza, creano disoccupazione. È questo, secondo l’avvocato fiscalista e professore all’università di Ginevra, Xavier Oberson, lo scenario che ci aspetta nei prossimi anni, con cui tutti dovranno confrontarsi. Anche perché meno lavoratori, precisa Oberson, che ha appena tradotto in francese il suo libro già pubblicato in inglese, "Tassare i robot, aiutare l’economia ad adattarsi all’intelligenza artificiale", significa meno entrate fiscali e oneri sociali.
"L’idea ha una sua logica e non ci vedo nulla di strano", spiega l’economista e professore alla Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (Supsi) Christian Marazzi. Stefano Modenini, direttore dell’Associazione industrie ticinesi (Aiti), è invece sicuro: "Una tassa sui robot non è né necessaria né opportuna".
Una proposta e due reazioni opposte, dunque. Anche se discordanti sono anche le tesi sulla scomparsa o meno degli impieghi causata dall’avvento dell’automazione 2.0. Da una parte c’è chi, come la società di consulenza McKinsey, parla di 51 milioni di lavoratori, solo in Europa, che rischiano il posto entro dieci anni a causa della concorrenza dei robot e dell’effetto combinato con le conseguenze della pandemia. Dall’altra, un’altra società di consulenza, la PricewaterhouseCoopers afferma che entro il 2037 automazione e robotica cancelleranno 7 milioni di posti di lavoro, ma ne creeranno anche 7.2 milioni di nuovi, per un guadagno totale di 200mila posti.
Sia quel che sia, secondo Marazzi, la discussione sul prelievo di una tassa sulle macchine intelligenti, "seppur interessante, rischia di essere fuorviante". L’economista si spiega meglio. "Queste teorie - riprende - in realtà spostano l’attenzione e offuscano un fenomeno che invece è già in atto, ossia la precarizzazione del lavoro mal pagato".
Sì, perché secondo Marazzi, oggi i robot non possono ancora fare a meno degli esseri umani. E sono proprio questi ultimi a subire le conseguenze peggiori a livello salariale e di condizioni di lavoro. "Chi oggi alimenta e fa funzionare le macchine intelligenti con i dati e gli algoritmi non gode di giusti diritti contrattuali", precisa Marazzi. Quindi, piuttosto che prevedere cosa ci riserverà il domani, aggiunge, "preoccupiamoci di quello che sta succedendo già oggi, regolarizzando le situazioni che non godono di protezioni contrattuali". Anche perché "se guardiamo le statistiche della disoccupazione degli ultimi anni, prima dell’avvento del Covid 19, ci accorgiamo che è diminuita in Svizzera, ma andando un po’ più a fondo vediamo che è aumentata l’occupazione dei lavoratori precari".
Un’idea suggestiva, ma poco plausibile. È questo invece il pensiero di Modenini sulla proposta di tassare le macchine intelligenti di Oberson, che ha ripreso una proposta già lanciata dal fondatore della Microsoft, Bill Gates. "Gli sviluppi della robotica - commenta Modenini - permetteranno senz’altro di incrementare la produttività e la competitività della nostra economia. In questo contesto però, tassare i robot significherebbe tassare il capitale impiegato per acquistarli e utilizzarli e ciò non farebbe altro che ostacolare lo sviluppo dell’innovazione e della produttività stessa".
an.b.
26.09.2020


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