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Due economisti tratteggiano il futuro che ci aspetta
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"Serve una forte scossa
per far ripartire il Ticino"
MAURO SPIGNESI


Ci attende un autunno caldo. Già oggi tante aziende stanno cambiando strategia, scosse dalla crisi generata dal virus, dall’incertezza e dalla paura, tagliano personale e investimenti. Serve una scossa, dicono tutti. Ma cosa occorre fare esattamente per ripartire? Il Caffè lo ha chiesto (separatamente, in un gioco di risposte incrociate) a due economisti con sensibilità differenti. Amalia Mirante, docente alla Supsi e all’Usi, e Paolo Pamini, docente di fiscalità delle start-up al Politecnico federale di Zurigo e l’Università di Lucerna.
Cosa ci dobbiamo aspettare quando cominceranno a mancare gli aiuti statali, come il lavoro ridotto che da 6 passa a 3 mesi? Quali i settori più toccati?
Amalia Mirante - "Intanto speriamo che non arrivi una seconda ondata, altrimenti più che risposte economiche serviranno risposte di politica sanitaria. Detto questo, credo che in autunno i nodi arriveranno al pettine e si capirà effettivamente quali sono le aziende che hanno tenuto perché erano sane e solide anche prima della crisi e quali invece con i sussidi sono state tenute in piedi artificialmente. Per il resto, va detto che la nostra economia va meglio di altre. Il calo del Pil nazionale nel 2020 è previsto attorno al 5%, ragionevolmente in Ticino avremo un punto, un punto e mezzo in più (dal 6 al 6.5%). Poi, anche a livello internazionale la produzione e i consumi stanno riprendendo".
Paolo Pamini - "Intanto escluderei un secondo lockdown. Con le misure attuali la pandemia si può tenere sotto controllo. In autunno andranno probabilmente in agonia le aziende che già operavano in settori dove la marginalità dei profitti è molto bassa. Penso ai trasporti aerei o al turismo. E lasceranno parecchia gente per strada. Viceversa, settori dove c’è un alto valore aggiunto, che hanno sfruttato tutte le opportunità come il telelavoro (strumento che ci ha fatto fare un salto in avanti di 10 anni) ripartiranno".
Però già oggi molte aziende hanno chiuso, oppure stanno fortemente ristrutturando.
P. - "La crisi ha solo accelerato dinamiche già in atto. Come quella dei piccoli commerci al dettaglio. Chi ha puntato in precedenza nell’online ha non solo compensato parte delle perdite ma anche, in alcuni casi, guadagnato di più. Lo vedo anche da alcune aziende che seguo professionalmente".
M. - "Non dimentichiamo che dei miliardi messi a disposizione dallo Stato con le fideiussioni in buona parte restano inutilizzati. Il nostro è un Paese che non ha mai apprezzato l’intervento statale. Intendiamoci, quelle messe in pratica sono state ottime misure nell’immediato ma non scordiamo che si trattava di aiuti che erano già presenti come il lavoro ridotto che è stato solo esteso. Bisognava ascoltare il territorio e chi fa impresa".
Dunque i sostegni statali (in Ticino 1,3 miliardi di crediti) non sono stati un buon strumento?
M. - “Credo che gli interventi statali a pioggia siano serviti sino ad un certo punto. Andavano fatti per dare una scossa e offrire i primi aiuti. Ma probabilmente sin da subito servivano interventi più mirati per il futuro. Perché è arrivata l’ora di andare in questa direzione, di introdurre modifiche strutturali. Inoltre con i tagli si ritroveranno senza lavoro in tanti, soprattutto le fasce fragili, i giovani e gli over 55. Serviranno interventi per la formazione, non solo finanziari. Per gli over 55 vale lo stesso discorso”.
P. - “Credo che il problema maggiore sia quello degli over 55. I giovani hanno più possibilità ma devono ‘svegliarsi’. Capire che non tutti possono lavorare nella finanza o avere un posto statale e puntare a settori, come quello paramedico, dove c’è grande domanda di lavoro.  Le possibilità ci sono, lo abbiamo visto. Per i disoccupati di una certa età invece servono stimoli alle imprese ma anche loro possono trovare attività autonome”.
Bisogna cambiare passo, serviranno misure più incisive?
M. - “Riallacciandomi a quello che dicevo prima bisogna cominciare a selezionare e premiare, non solo finanziariamente ma con sostegni, chi crede e mette in pratica la responsabilità dell’impresa, che non è soltanto una questione etica ma di attaccamento al territorio. Pensiamo agli artigiani, che assumono apprendisti e stanno sul territorio. Ecco, per loro servirebbero servizi a supporto, oltre che paletti per governare una spietata concorrenza di frontiera”.
P. - “Non siamo davanti a una crisi come quella del 1929, come hanno detto alcuni. Certo, se alziamo lo sguardo oltre i confini ci accorgiamo che c’è un problema di debito. Ma noi in Svizzera contrariamente ad altri Paesi abbiamo un alto debito privato, delle famiglie, che arriva soprattutto dalle ipoteche ma abbiamo un ragionevole debito pubblico. Possiamo tuttavia contare in futuro, io credo, in interessi bassi e questo è un vantaggio”.
Il ministro Vitta ha detto che per far ripartire l’economia ed evitare il dissesto finanziario bisogna per prima cosa mettere a posto i conti statali. Condivisibile?
M. - “Personalmente sono per il rigore dei conti pubblici. Ma questo non è il momento di preoccuparsi dei bilanci. Oggi c’è la necessità di investire, di dare una scossa. Insisto: il periodo post-Covid può essere l’occasione per dar vita un pacchetto di riforme strutturali, per dare un colpo di reni e allinearci ai livelli degli altri Cantoni”.
P. - “I conti pubblici erano già dissestati prima. Un po’ sono stati messi a posto. Ma è arrivato il momento di frenare le spese senza introdurre nuove tasse o aumentare quelle che ci sono. Ad esempio le spese per il personale dello Stato sono cresciute più di quanto il Consiglio di Stato avesse previsto. Se i patti non li mantiene neanche il governo non si può chiedere rigore. Più tasse, o un aumento del moltiplicatore come chiede il Ps, farebbero scappare i contribuenti facoltosi”.
Che potrebbero spostarsi in Italia dove c’è una legge sui globalisti più vantaggiosa. Non crede?
P. - “È vero, è migliore della nostra. Ma è più per globalisti internazionali e in Italia non c’è certezza. Potrebbero cambiare la norma da un giorno all’altro. Sono rari i globalisti svizzeri che sono andati in Italia”.
Per ripartire servirà una rigorosa selezione di priorità, da dove bisogna cominciare?
M. - “Bisogna ragionare attorno a settori come la digitalizzazione e l’online. Ci sono aziende che hanno grandi potenzialità ma che senza un supporto in questi ambiti non riescono a fare un salto di qualità. In questo senso abbiamo associazioni, imprese e professionisti privati che hanno maturato ottime esperienze e anche il settore pubblico con università e scuole universitarie ha sviluppato altrettante capacità. Bisognerebbe riuscire a mettere insieme queste due realtà”.
P. - “Dobbiamo adottare un modello come quello della Florida, abbassare la sostanza e inserire misure fiscali (e non) vantaggiose. Per esempio stiamo studiando una proposta che prevede la possibilità che il proprietario di una abitazione secondaria possa trasformarla in primaria e poi nuovamente in secondaria. Un meccanismo di flessibilità per attrarre svizzero-tedeschi facoltosi e italiani che sono stanchi di fare i conti con l’incertezza e hanno paura di una patrimoniale”.
Molte grandi aziende stanno accelerando i cambiamenti. Cosa bisogna fare?
M. - “Le grandi aziende sono una risorsa importante. Invece da noi c’è la cultura del non intervento. E allora succede che il cambiamento lo subiamo, invece la politica dovrebbe avere il coraggio di provocarlo perché solo così è possibile gestirlo in futuro. Per il turismo, ad esempio, era l’occasione davvero per ripensare alla nostra offerta. È vero, abbiamo avuto tante presenze ma quanto è stato lasciato sul territorio? Cosa si è fatto per una politica di turismo sostenibile? Il turismo deve essere uno dei settori sui quali puntare con interventi precisi per migliorare l’offerta delle strutture”.
Cosa capiterà in una situazione economicamente e socialmente fragile, se dovesse passare l’iniziativa dell’Udc sull’immigrazione moderata?
M. - “Io credo che altri cantoni abbiamo avuto più benefici dalla libera circolazione. Non sicuramente il Ticino. Colpa nostra che non siamo stati in grando di prepararci. La situazione è sotto gli occhi di tutti. Da economista, ritengo dunque che se dovesse cadere l’accordo di libera circolazione non sarebbe una tragedia. Siamo abbastanza solidi per superare anche questa fase e i nostri imprenditori hanno esplorato altri mercati fuori dall’Europa. E pazienza se calerà il gettito”.
Ci saranno meno soldi per tutti, non crede?
M. - “La fiscalità è solo un piccolo spicchio di questa questione. Il problema è che il guaio è stato fatto vent’anni fa. Perché alle aziende è stato permesso, faccio un esempio, di mantenere la sede legale a Zugo e portare qui una parte di produzione? O alle ditte internazionali di tenere all’estero settori ad alto valore aggiunto come marketing o ricerca e sviluppo e portare qui solo quella fetta di produzione ‘conveniente’, perché si potevano pagare salari bassi? È giusto questo?”.
P. - “Non succederà nulla di particolare. Nessuno è contro gli stranieri. Si tornerebbe semplicemente a prima dei bilaterali con i contingenti. Io personalmente avevo proposto di tassare i permessi G mille franchi al mese, meno della differenza del livello salariale tra Lombardia e Ticino. Così facendo si potrebbe generare un gettito fiscale che ci permetterebbe di tagliare la pressione sulle aziende. E il Ticino diventerebbe largamente più attrattivo e aprirebbe strade a aziende internazionali. Naturalmente non ce lo permetteranno mai”.
mspignesi@caffe.ch
22.08.2020


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