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Dibattito su valore e prospettive dell'informazione
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Il giornalismo libero
è un bene da difendere
GIÒ REZZONICO


Il direttore mi chiede di intervenire nel dibattito sul futuro del giornalismo lanciato da questa testata. Domandare un intervento del genere a una persona ultrasettantenne equivale un po’ a sollecitare un testamento professionale. Come posso, infatti, parlare del futuro, senza precisare da dove vengo?
Nella mia vita professionale mi sono sempre sentito giornalista nel cuore, ma gli eventi - soprattutto vent’anni fa la morte di mio padre - mi hanno portato ad assumere anche il ruolo di editore. Due funzioni che spesso sono entrate e tuttora entrano in conflitto tra loro, soprattutto quando si devono affrontare delicate crisi economiche come quelle degli ultimi dodici anni. L’editore è infatti chiamato a far quadrare i bilanci (molto arduo di questi tempi!) e quindi, a volte, a ridurre il personale in redazione, a scapito della qualità giornalistica. Nella mia carriera mi è così capitato sovente di entrare in conflitto con me stesso. Trovarmi in grandi contraddizioni.
Fatta questa doverosa premessa, devo forse brevemente ancora raccontare al lettore il mio percorso professionale. Terminati gli studi in scienze politiche all’università di Firenze con una tesi sul fascismo e in particolare sul ribaltone di Mussolini dal socialismo al movimentismo, sono rientrato in Ticino e ho lavorato come stagista al Corriere del Ticino di Guido Locarnini e in seguito alla radio della Svizzera italiana con Gianpiero Pedrazzi e Aldo Sofia: due esperienze che mi hanno insegnato molto. Ho in seguito assunto la direzione dell’Eco di Locarno, giornale di proprietà della mia famiglia. Per andare oltre un localismo che mi pareva eccessivo e superato ho fondato, assieme a Giacomo Salvioni, laRegione, frutto della fusione del giornale di Locarno e di quello di Bellinzona (il Dovere). Ma il matrimonio tra le due famiglie di editori non ha funzionato. Una delle cause è certamente legata alla mia concezione del giornalismo. Abbiamo così deciso di andare ognuno per la propria strada. La nostra famiglia ha allora ceduto le sue quote azionarie alla Salvioni. Qualche anno più tardi, assieme al collega-amico Lillo Alaimo, con cui lavoro da 39 anni, abbiamo creato il Caffè.

I media come quarto potere denunciano ciò che non funziona
Ho scelto di entrare nel mondo dei media attratto dalla funzione, a mio parere fondamentale, che dovrebbero svolgere nelle moderne democrazie occidentali: quella di assumere il ruolo di "quarto potere" o, come qualcuno sostiene utilizzando un’immagine poco simpatica, di diventare il cane da guardia della democrazia. I cani da guardia non sono mai simpatici, così come i giornali che assumono uno spirito critico e denunciano ciò che sembra non funzionare all’interno del sistema. Quando i giornalisti svelano scomode realtà sono tacciati di scandalismo e duramente criticati da chi fa parte delle istituzioni (soprattutto quelle oggetto delle loro attenzioni). Gli editori vengono sottoposti a pesanti pressioni politiche ed economiche per far tacere il giornale: "Se non interrompi le pubblicazioni che mi riguardano ti tolgo la pubblicità, o non sarò più tuo cliente per gli stampati", come avveniva a noi quando avevamo anche una tipografia. Sono rarissimi i casi di chi accetta le critiche, anche se espresse in modo democratico.
Mi sono giunte pressioni da politici, dalle banche (particolarmente attive in questo senso), dai medici, dalla magistratura, dal commercio e potrei continuare a lungo questo elenco. E se non ti "ravvedi", vieni spesso emarginato da determinati ambienti. Ma c’è un altro aspetto, che durante la mia carriera mi ha molto preoccupato: anche molti lettori non desiderano venire messi al corrente di notizie "scomode". Un esempio per tutti, avvenuto una trentina di anni fa. Sull’Eco di Locarno pubblicammo la notizia che un medico aveva dimenticato, durante un’operazione, un bisturi nel ventre di una paziente. Una lettrice ci chiama e dice: "Si tratta di uno scherzo di cattivo gusto?", dato che l’articolo era stato pubblicato sull’edizione del primo aprile. No, replicammo noi. "Allora – affermò la signora – se quanto avete scritto corrisponde al vero, non dovevate pubblicarlo!". Questo significava che lei, come evidentemente altri lettori, piuttosto che guardare in faccia alla realtà, preferiva crogiolarsi nella convinzione di vivere in un Paese dove certe cose brutte non possono accadere, perché succedono solo altrove.

Indipendenza, oggettività oppure onestà intellettuale?
Un altro discorso molto delicato è quello dell’indipendenza. Nelle nostre pubblicazioni abbiamo sempre cercato di proporre una linea editoriale di massima apertura e di dare spazio a differenti opinioni. Ma sarebbe ipocrita parlare di oggettività. Più corretto mi pare ammettere una soggettività onesta e parlare di onestà intellettuale. Ogni giornalista ha infatti una propria opinione, dalla quale è spesso difficile astrarre. La soluzione più seria mi sembra allora quella di dichiarare la propria posizione, per far capire da quale visuale si guarda alla società. La mia è sempre stata quella di un liberalismo sociale o di un pensiero socialdemocratico, ispirata dal movimento "liberal" americano. Mi è così capitato spesso di essere considerato a destra dalla sinistra e a sinistra dalla destra. Ho sempre cercato di mantenere un’indipendenza di giudizio. Cosa non gradita ai partiti, che sembrano preferire confrontarsi con un avversario, piuttosto che con un libero cittadino difficilmente etichettabile.
Ma, si chiederà il lettore a questo punto, voi giornalisti non fate errori? L’autocritica che chiedete ad altre categorie, la fate anche voi? Errori nel senso di pubblicare notizie che si sono poi rivelate infondate ne abbiamo fatti pochi. Ma, certo, quando si commettono possono avere conseguenze molto gravi per chi ne è colpito. Bisogna allora avere il coraggio di ammettere lo sbaglio, di rimediare per quanto possibile e di scusarsi con gli interessati e con i lettori. In altre occasioni abbiamo probabilmente mancato di equilibrio, assumendo atteggiamenti che sono stati fraintesi e interpretati come presuntuosi, provocatori o eccessivi. Non solo dai diretti interessati, ma anche da lettori critici. Fatte queste precisazioni, se tornassi indietro, non cambierei il mio atteggiamento generale, anche se mi ha portato non poche inimicizie e ha pure messo in crisi parecchie amicizie.

Negli ultimi dodici anni mondo di carta in grave crisi
La mia esperienza giornalistica riguarda soprattutto i giornali di carta, che hanno iniziato a riscontrare serie difficoltà dodici anni fa, in occasione della crisi finanziaria del 2008, quando si sono presentati due tipi di problemi. Il primo e più grave di tipo strutturale, dovuto all’affermazione del digitale: molti lettori, soprattutto giovani, hanno iniziato ad informarsi su internet e non più sulla carta. Il secondo, legato alla pubblicità, in parte contingente e pure esso in parte strutturale. Da una parte infatti, le aziende in difficoltà finanziarie hanno tagliato i loro budget pubblicitari, dall’altra molte si sono orientate verso il web in grado di offrire la possibilità di raggiungere categorie mirate di utenti (le mamme, chi porta gli occhiali, chi ama viaggiare...), grazie alle informazioni raccolte osservando i loro comportamenti in rete.
Nel giro di poco più di dieci anni i giornali hanno così perso i due terzi delle loro entrate pubblicitarie, e anche più. Se prima gli annunci rappresentavano il 70-80 per cento degli incassi, ora ne garantiscono al massimo un terzo. Quanto invece agli introiti degli abbonamenti, fino al 2010 rappresentavano il 20-30 per cento delle entrate. Oggi sono anch’essi in diminuzione, seppur più lenta rispetto alla pubblicità: i giovani non si abbonano e gli anziani scompaiono per ragioni anagrafiche. Come si può ben capire, data questa evoluzione, le testate di carta sono in grave crisi.
Quale sarà allora il futuro dell’informazione? Gli esperti non danno più di dieci anni di vita ai giornali di carta, perché man mano che i lettori scompaiono non vengono sostituiti da altri. I giovani si sono ormai abituati ad informarsi gratuitamente sulle diverse e numerose piattaforme digitali. Ma informare costa e qualcuno deve pagare anche le notizie gratuite. Chi paga, allora? Coloro che hanno interesse a diffondere certi contenuti, certe informazioni piuttosto che altre. Nascono così le fake news, che rappresentano una grossa minaccia per le democrazie moderne. Notizie false, di parte, che cercano di condizionare o addirittura plagiare le opinioni degli utenti, per esempio in occasione di elezioni (si veda il Russiagate negli Stati Uniti). Molti utenti accettano passivamente di farsi manipolare. La speranza è che un numero sempre maggiore di loro si renda conto che non esiste informazione seria che non sia pagata dai lettori. Ecco allora che per gli editori si apre un nuovo mercato: quello di continuare a selezionare e a verificare le notizie, così come hanno storicamente sempre fatto per i loro giornali. Non lo faranno più sulla carta, ma su supporti digitali. Esistono già parecchi esempi di questo genere, soprattutto nell’Europa del nord e negli Stati Uniti.

Quale futuro per l’informazione nel mondo che cambia in fretta
Il più eclatante è quello del New York Times, che è tornato nelle cifre nere, dopo che era sull’orlo del fallimento, grazie agli introiti degli abbonamenti online. Il suo editore considera ormai le entrate pubblicitarie non più fondamentali, ma un semplice surplus. Il suo vantaggio è di poter contare su un potenziale lettorato a livello mondiale. Affrontare situazioni di questo genere risulterà più difficile per editori di giornali nazionali o, ancor più, locali. Finora si pensa che solo il 10% della popolazione sia disposta a pagare per il "quality journalism". Assisteremo pertanto a nuove concentrazioni di testate, ma la strada è ormai segnata ed è questa: chi non la segue è destinato a scomparire. È inutile chiedersi se sia un bene o un male. Spetterà all’abilità degli editori escogitare gli espedienti per metterne in risalto i pregi e non gli inevitabili difetti legati a queste novità, come in generale avviene per tutti i mutamenti sociali. Ma il fatto, per esempio, di non più dipendere dalla pubblicità potrebbe diventare un vantaggio, se penso all’autocensura a cui si sono sempre sottoposte le redazioni per non perdere introiti pubblicitari o alle numerose telefonate che ho ricevuto durante la mia carriera di giornalista-editore in cui inserzionisti al centro di uno scandalo mi intimavano di smettere le pubblicazioni che li riguardavano se desideravo che continuassero a pubblicare le loro pubblicità sulle nostre testate.
* Giornalista ed editore
(6 - fine / Le precedenti puntate sono  state pubblicate domenica  14, 21, 28 giugno, 5 e 12 luglio)
08.08.2020


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