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Dibattito sul valore, prospettive e ruolo dei media
Immagini articolo
Con più credibilità
si conquistano i lettori
NATASHA FIORETTI, GIORNALISTA FREELANCE


Si dice - i dati lo dimostrano - che l’informazione di qualità in questi mesi di Covid-19 sia tornata al centro dell’attenzione dei lettori registrando nel caso di molte testate un aumento degli abbonamenti, delle donazioni o dei pagamenti dei singoli articoli online. Quei lettori paganti tanto attesi sono finalmente arrivati impegnando le redazioni ormai ridotte all’osso e abituate a lavorare con risorse umane e mezzi strettamente indispensabili a soddisfare la pressante richiesta dettata dall’emergenza. Compito arduo se si guarda la scarna foliazione dei giornali ticinesi ma anche italiani e internazionali di questo periodo così come la selezione e la diversità di firme e contenuti.
Firme perché la parola è stata data in larga parte a giornalisti e editorialisti uomini, le donne se ci sono state sono passate come delle meteore (lo stesso discorso vale anche per radio e tv del servizio pubblico). Idem per la scelta degli interlocutori delle interviste. I contenuti per una lunga parte si sono concentrati sulle informazioni ufficiali da Berna o del Consiglio di Stato ticinese che si è affidato all’ufficio stampa della polizia cantonale. È una strana anomalia, come se il Consiglio federale per comunicare facesse affidamento alla polizia federale. Come sostengono diversi osservatori e studiosi dei media, ci sono state due fasi che hanno caraterizzato la copertura mediatica.

L’analisi critica
Una prima, troppo lunga, in cui si rincorrevano le notizie sul Covid-19 senza un’analisi critica della situazione e fungendo da megafono delle istituzioni per non seminare il panico. Non poteva essere altrimenti visto che, come sottolinea Martin Amrein, redattore scientifico della Nzz am Sonntag e copresidente del club svizzero del giornalismo scientifico in un’intervista sul portale online Persoenlich.com, a causa dei pesanti tagli del passato oggi molte redazioni sono sprovviste di giornalisti con competenze scientifiche. Figure che questa pandemia ci ha dimostrato quanto siano indispensabili sia per leggere e comprendere la realtà sia per soddisfare curiosità e interesse dei lettori.
Il suo timore è che gli effetti di questa crisi (negli Stati Uniti sta già accadendo) porteranno altri pesanti tagli alle redazioni e alle risorse giornalistische rendendo così sempre più difficile la produzione di un giornalismo indipendente e di qualità. Per questo motivo ha deciso di inviare una lettera ai maggiori editori del Paese chiedendo di non tagliare i giornalisti scientifici ma anzi di potenziare le redazioni in questo ambito di interesse pubblico. Nella seconda fase invece, quella che stiamo vivendo, c’è stato un risveglio dell’animo investigativo dei media per cui finalmente si fanno anche domande scomode per capire se quanto è stato fatto, nei modi e nei tempi, si poteva fare meglio o diversamente. Ne è un esempio l’articolo della Nzz am Sonntag di settimana scorsa secondo cui il Signor Covid avrebbe ignorato i segnali d’allarme a inizio pandemia, obbligando a misure restrittive più severe in seguito. Segnali evidenziati in una lettera inviata da quattro epidemiologi dell’Università di Berna in data 25 febbraio a Daniel Koch, al consigliere federale Alain Berset e a Pascal Strupler, direttore dell’Ufficio federale della sanità pubblica. Il Consiglio federale ha ascoltato gli esperti giusti?

Le troppe anomalie
Le anomalie sono state parecchie, figlie di diversi attori e unioni incompatibili. Una per tutti le conferenze stampa del Consiglio di Stato a porte chiuse senza la presenza dei giornalisti e dei fotografi e la Convenzione conclusa tra la Rsi e il Cantone in base alla quale la il servizio pubblico ha assunto un mandato di prestazione in supporto dello Stato Maggiore di crisi. Una convenzione che grazie al collega Gerhard Lob (che l’ha svelata) ha fatto molto discutere non solo in Ticino ma anche nel resto della Svizzera. Per molti resta inaccettabile che la Rsi abbia dato in prestito i suoi giornalisti per la redazione e la divulgazione di messaggi istituzionali e informativi dello Stato di condotta maggiore ponendoli in un doppio ruolo scomodo e non trasparente. "La libertà di stampa maltrattata" ha titolato il giornale romando interpellando nel suo articolo il collega de La Regione Generoso Chiaradonna che è stato molto chiaro: "Se i giornalisti e le autorità sono una cosa sola, ciò pone un problema". Oggi, grazie ad un articolo di Federico Franchini su Area, sappiamo che la convenzione  non si potrà sciogliere prima del 2028 ma la domanda è un’altra: su quali basi e su quale concezione d’indipendenza e di autonomia giornalistica è stata fatta questa scelta? Seppur in tempi non sospetti, possibile che non si sia vista un’anomalia nel trasformare temporaneamente dei giornalisti Rsi in portavoci di un’istituzione che sono chiamati a vigilare?
D’accordo con quanto sostengono esperti dei media come Tom Rosenstiel in un ecosistema informativo sempre più digitalizzato e ricco sono convinta che non si possa parlare di indipendenza giornalistica senza parlare di trasparenza, partecipazione, diversità e credibilità. Lo ha detto bene il professore di giornalismo Vinzenz Wyss riferendosi alla copertura del Covid-19: "I media e i giornalisti devono spiegare perché scelgono di fare informazione in un certo modo". I media devono rendere partecipi i lettori del processo di produzione delle notizie costruendo un rapporto più personale, diretto e in prima linea trasparente.

Conquistare la fiducia
Conquistare la credibilità e la fiducia da parte dei lettori così come la loro disponibilità a pagare per un’informazione di qualità non è impossibile, questo la pandemia lo ha dimostrato. La sfida ora è non perderli e mantenere la loro attenzione. Una sfida che si vince anche dimostrando la propria indipendenza da istituzioni, governi e poteri forti. Quei poteri che sempre più sovente anche in paesi democratici denigrano e minano l’autorevolezza giornalistica, eclatante l’arresto in diretta di Omar Jimenez,  giornalista della Cnn durante gli scontri a Minneapolis, così come i proiettili di gomma sparati contro il corrispondente Rsi e altri giornalisti internazionali.
La verità è che i tempi sono duri e complessi. All’indomani, per così dire, del Covid-19 i media si risvegliano più vulnerabili di prima, per molti editori più che l’indipendenza, la priorità è la sopravvivenza. Per altri, più fortunati, la distribuzione dei dividendi. Assisteremo a nuovi licenziamenti, chiusure e a nuovi accorpamenti. Ultimamente va molto di moda il pensiero unico, le voci discordanti danno fastidio. Giornalisti di lungo corso e di grande caratura come Rainer Stadler della Nzz abbandonano spontaneamente e anzitempo il campo. Altri, pazzi, diventano freelance. Nuovi progetti editoriali con nuovi modelli di business si affacciano all’orizzonte. Altri, recentemente avviati, digital only e senza pubblicità stanno facendo bene. Qualcuno ancora ci crede. Il giornalismo indipendente e di qualità venderà cara la pelle. Vinca il migliore.
11.07.2020


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