Analisi sulla politica dei Festival dopo l'addio di Chatrian
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Girandola di direttori
per esorcizzare Netflix
MARIAROSA MANCUSO


Sarà una Berlinale piena di sorprese, impossibile fare previsioni". The Hollywood Reporter - lettura obbligata assieme a Variety per capire dove va il cinema - fa un’apertura di credito e nello stesso tempo non si sbilancia, sul nuovo direttore artistico Carlo Chatrian. Il Locarno Festival intanto pensa alla successione, che avrà tempi più riflessivi rispetto al primo annuncio. Il minimo sindacale, con un brivido quando abbiamo sentito parlare di  "autocandidature".
La Berlinale era in crisi, i registi e gli addetti ai lavori tedeschi avevano sfiduciato con poca cortesia istituzionale il direttore Dieter Kosslick, in carica da 17 anni. Troppi, in tempi che corrono veloci. 17 anni fa Netflix distribuiva Dvd per posta negli Usa, lo streaming sarebbe arrivato nel 2008. Oggi la piattaforma ha stanziato 8 miliardi per rifornire il magazzino di serie e film (ne dovrebbero uscire 80 lungometraggi). Per esempio, ha prodotto "Roma" di Alfonso Cuaron, vincitore di sette Oscar nel 2014 con "Gravity". Tra i suoi gioielli "The Irishman" di Martin Scorsese (150 milioni di budget, i primi finanziatori erano sul punto di abbandonare).
I festival non possono far finta di nulla. L’anno scorso a Cannes erano in concorso "Okja" del coreano Bong Joon-ho e "The Meyerowitz Stories" di Noah Baumbach, il direttore Thierry Frémaux rischiò il posto dopo la protesta dei distributori francesi, nemici dei titoli che non fanno staccare biglietti in sala. La politica di Netflix prevede soltanto lo streaming, per 125 milioni di abbonati nel mondo.
Quest’anno, la marcia indietro. Sarebbero stati accolti in gara solo i film che non escludevano a priori un passaggio in sala. "A priori", perché a posteriori nessuno può impedire a Netflix di fare la campagna acquisti. Aggiudicandosi i diritti per la distribuzione di "Lazzaro felice" (regista Alice Rohrwacher) e "Girl" (regista Lucas Dhont), entrambi premiati sulla Croisette.
"Noi facciamo arte, Netflix è commercio", ha detto Frémaux. Frase che speravamo di non sentire più. Martin Scorsese lo ha contraddetto: i film vanno giudicati per il loro risultato, quale regista volterà le spalle a un generoso finanziamento? Se poi risulterà che il finanziamento è troppo generoso, su progetti non sufficientemente solidi, saranno i registi a pagarne le conseguenze.
Cacciata Netflix, Cannes 2018 era sprovvisto di film americani - e gli americani sono ancora i campioni del mondo, è bastato il primo Instagram del prossimo Quentin Tarantino, con Leonardo DiCaprio in dolcevita senape, per farci sognare ("Once Upon a Time in Hollywood" uscirà ad agosto 2019). C’erano invece molti film che per capirci chiameremo film "d’arte e cultura": lenti, punitivi, poco interessati al pubblico e molto alla critica. Per capirci ancora meglio. Film come "Mrs Fang" di Wang Bing, vincitore del Pardo d’oro 2017, l’agonia di una vecchietta cinese con l’Alzheimer.
Carlo Chatrian al Locarno Festival ha battuto questo terreno, minoritario e nostalgico dei cineclub (vecchio anche se non fosse arrivato Netflix a sparigliare le carte). Salvo poi omaggiare i musical di Vincente Minnelli, che quando uscirono non erano certo materia da festival. Una schizofrenia che sarebbe ora di sanare.
Per esempio, imparando dalla Mostra di Venezia diretta da Alberto Barbera. Negli ultimi anni, anche grazie alla sua collocazione settembrina, ha lanciato film di grande qualità e insieme di grande richiamo (oltre a un’ipoteca sugli Oscar). Per esempio, "La La Land" di Damien Chazelle. O "Birdman" di Alejandro González Iñárritu. Solo l’anno scorso, c’erano "La forma dell’acqua" di Guillermo Del Toro, e "Tre manifesti a Ebbing, Missouri" di Martin McDonagh.
Volendo scommettere, alla Berlinale di Chatrian (festival che ha in comune con Locarno un pubblico vero, non solo di addetti ai lavori) resteranno i film punitivi, molti tedeschi, si spera qualche indipendente americano in più. Il Locarno Festival, forte di un nuovo direttore non cresciuto nei cineclub-con-dibattito, potrebbe aggiornare l’orologio al 2019.
01.07.2018


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