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Pechino, Mosca e Washington nella gara anti-Covid
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Guerra fredda per il vaccino
nella lotta tra spie e hacker
GUIDO OLIMPIO


Bethesda, Maryland. Cittadina tranquilla, a misura d’uomo, ottime scuole pubbliche, negozi e attorno sobborghi pieni di villette abitate da diplomatici, funzionari dell’amministrazione, stranieri. Persone che vanno e vengono sulla strada per Washington, distante pochi chilometri, o si infilano nel metrò che in venti minuti di porta nella capitale. Poi, poco fuori il grande complesso ospedaliero, compreso il Walter Reed. È qui che Donald Trump è stato "trattato" per il Covid 19: procedura normale, visto che sempre qui ci sono i centri sanitari riservati a veterani, militari e personalità governative. A cominciare dal presidente.
Un luogo di grande interesse per i media, per la politica ma - aggiungono gli esperti di barbe finte - anche per le intelligence. Se qualcuno vuole sapere qualcosa sulle condizioni di un Vip deve cercare tra questi padiglioni, trovare fonti tra medici e infermieri, agganciare qualche fornitore specializzato. E c’è chi ipotizza che i russi - e non solo loro - abbiamo qualche gola profonda, da molto tempo, proprio perché la pacifica località a due passi da D.C. è da sempre il cuore del sistema d’assistenza.
In questa fase di pandemia i servizi segreti hanno aggiunto alla loro lista di bersagli tradizionali - progetti, nuove armi - le condizioni fisiche dei leader, ma anche la "salute" di una nazione. Cercano dati per capire la gestione della crisi, l’impatto reale, le conseguenze su società ed economia. Ecco che il ricovero di The Donald, nel pieno della campagna elettorale, ha aumentato l’attenzione sul candidato repubblicano. Vorranno - e devono - sapere quale sia il suo stato, il rimedio utilizzato, le eventuali ricadute.
La cartella clinica dei numeri uno è sempre stata una pepita da scovare. Pensiamo all’epoca della guerra fredda quando si seguivano i famosi "raffreddori" all’interno del Cremlino e più di recente le speculazioni sul Maresciallo nord coreano Kim Jong un, sempre inseguito da voci di malanni. In mezzo la storia - o forse solo leggenda - delle urine del leader siriano Hafez Assad carpite con un trucco dal Mossad durante le esequie di re Hussein di Giordania, nel febbraio del 1999. Il dittatore arabo morirà a giugno dell’anno dopo.
Insieme a tutto questo c’è la caccia, altrettanto importante, al vaccino. Chi arriva per primo può avere un grande vantaggio strategico ed economico. La Russia sostiene di averlo messo a punto, tuttavia gli scienziati occidentali appaiono cauti. Ed è altrettanto prudente Vladimir Putin: un recente articolo del New York rivela che lo "zar" vive in una bolla di sicurezza, chiunque deve incontrarlo deve prima sottoporsi ad una quarantena. Intanto le autorità di Mosca hanno cercato la collaborazione dell’Egitto per i test di una medicina, stessa cosa l’hanno fatta i cinesi.
Dunque assistiamo ad una doppia gara tra 007. Da un lato devono proteggere gli sforzi delle rispettive industrie farmaceutiche, dall’altra scoprire se i rivali hanno già la risposta al disastroso virus. Una battaglia che investe le strutture statali e il privato, dato il coinvolgimento di laboratori, poli di ricerca, imprese.
L’arena è ampia, i bastioni di difesa sono robusti, però c’è sempre il modo di aprire una breccia. Magari agganciando la persona giusta mentre si rilassa in un locale al termine di una lunga giornata di lavoro.
10.10.2020


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