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Erdogan si muove su più fronti provocando tensioni
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L'espansionismo turco
crea la "tempesta perfetta"
GUIDO OLIMPIO


La Turchia, appena c’è un varco, prova a sfruttarlo. Insegue le crisi, le cavalca, mostra il petto, rivela obiettivi nella ricerca della profondità strategica. Un disegno portato avanti nel tempo, accolto a volte con scetticismo, ma che si sta manifestando in modo concreto.
L’ultimo fronte è quello nel Caucaso. I turchi sostengono - da anni - gli azeri nel contrasto etnico-territoriale con l’Armenia. È la crisi perfetta. Esiste l’ostilità storica verso gli armeni - vittime del genocidio -, si sviluppano i giochi di alleanze ed è evidente il desiderio di Ankara di riaffermare il proprio ruolo. Tornano le rivelazioni sulla presenza vera o presunta di mercenari siriani arruolati dai turchi e mandati a rinforzare le unità di Baku, riemergono le informazioni sull’appoggio dei consiglieri - sempre turchi - nella gestione delle operazioni. In questo caso propaganda e realtà si mescolano però non ci sono dubbi sulla volontà della Turchia di contare, di appoggiare uno stato amico e di ottenere in cambio qualcosa.
È lo scenario visto in Libia, con Erdogan diventato protagonista al fianco del governo di Tripoli. Anche qui mossa duplice. Primo. Fermare le unità della Cirenaica guidate dal generale Khalifa Haftar e sponsorizzate da avversari come Emirati, Egitto, Russia, Francia. Secondo. Creare una posizione di forza in un nuovo scacchiere, ottenere vantaggi economici. L’azione ha certamente avuto un grande impatto, ha riequilibrato il conflitto, ha costretto i nemici ad un passo indietro. I turchi non hanno stravinto, però non hanno neppure perso e questo con un’operazione condotta molto lontana dal proprio territorio.
L’iniziativa nord africana è parte di una spinta che si allarga all’intero continente. La Turchia ha moltiplicato le aperture di sedi diplomatiche, ha mandato propri inviati nelle capitali, ha cercato di stipulare accordi commerciali. Ha persino usato la carta del colonialismo per attaccare la Francia di Macron, molto vicina alla posizione della Grecia nel contrasto sulle risorse energetiche del Mediterraneo. Molto intensa l’azione a sud, in Corno d’Africa e in particolare in Somalia. Uno spazio geografico dove si riproducono contrapposizioni note. A Mogadiscio la Turchia ha messo radici, dispone di una base militare, ha sponde politiche interessanti. Difende i propri interessi e contrasta le mosse degli Emirati, che oltre ad essere dei concorrenti sono ostili al Qatar, altro faro, insieme a Erdogan, per la Fratellanza musulmana. Non è un caso che il piccolo e ricco Emirato del Golfo Persico abbia coltivato la relazione strategica con Ankara e in alcuni casi agiscono in coppia. La ricetta mette insieme religione sunnita, forniture belliche (ad esempio i droni, molto efficaci), miliziani e mete di lungo respiro.
L’espansionismo in Mediterraneo, le frizioni con Cipro, Atene e anche l’Italia sul gas, la tensione perenne con il Cairo, la crisi siriana - altro scacchiere dove il Sultano pretende di dire la sua - hanno moltiplicato i dossier per un paese con una situazione economica e sociale piuttosto difficile. I critici parlano di fuga in avanti di Erdogan, di "scatti" per distrarre dai problemi interni, di passi troppo estesi rispetto alle reali possibilità dell’apparato. Giudizi pertinenti che tuttavia non annullano le ambizioni.
03.10.2020


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