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La geografia strategica di Washington e Pechino
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L'arcipelago delle isole
contese tra Usa e Cina
GUIDO OLIMPIO


Sono isole nella tempesta, punti geografici dall’Oceano Indiano al Pacifico dove soffia il vento forte della competizione strategica. Cina, Usa, India, Australia e molti altri paesi sgomitano, muovono flotte e pescherecci, duellano su rotte e confini. Facile comprendere come questo sia il fronte primario del nuovo Grande Gioco.
Partiamo dalle Maldive. Non sono solo meta turistica ambita (prima del virus), ma anche al centro di molte attenzioni. I cinesi vorrebbero allargarsi anche qui, New Delhi risponde finanziando progetti civili che vogliono essere segno di un tangibile d’appoggio. E pochi giorni fa è stato firmato un nuovo accordo di collaborazione nel campo della Difesa con gli Stati Uniti. Piccoli mattoni che devono formare un possibile bastione.
Non diverso l’atteggiamento di Palau, mini stato indipendente che guarda però oltre l’orizzonte. Il presidente, senza troppi giri di parole, ha lanciato l’offerta agli americani: siamo pronti ad accogliere vostre basi, aerei, navi. Qualcosa di più robusto rispetto al piccolo reparto di genieri distaccato dall’Us Navy. È evidente che i locali danno molta importanza alla posizione del loro territorio, lo fanno pensando alla partita con la Repubblica popolare, percepita come una minaccia continua.
È un Risiko dove c’è spazio per posizioni non monolitiche. Passiamo all’arcipelago delle Salomone. Una delle sue "costole" - Malaita - minaccia la secessione, è pronta a chiedere un referendum per decidere se staccarsi. Perché? Si oppone con decisione alle relazioni diplomatiche con Pechino. Contrasti nuovi sommati a crisi croniche segnate da tensioni aspre, marcate anche dall’intervento in passato di una forza di stabilizzazione australiana. Sono lampi a volte lontani da noi, però sintomi di quanto sta avvenendo nell’intera regione. La Cina ha il conto aperto con Taiwan, litiga con Vietnam e Filippine per la sovranità su alcune isole, è in concorrenza con Usa e Australia, ha in programma un grande sviluppo del suo arsenale.
Pechino è accusata dai suoi avversari di perseguire un progetto di lungo termine, con la creazione di punti d’appoggio e installazioni legate da un unico filo - il filo di perle - che deve arrivare in Africa e forse anche più avanti. Per realizzarlo cerca accordi, finanzia piani, presta denaro, mette a disposizione la propria assistenza. È una manovra per espandere e difendere i propri interessi commerciali mentre potenzia la sua componente marittima. Nel settore militare e in quello civile. Attualmente la sua flotta conta su 350 unità contro le 293 statunitensi, è ben nota la capacità dei cantieri di varare rapidamente "vascelli", i tecnici intensificano la ricerca per migliorare l’efficacia dei missili anti-nave per distruggere le portaerei. Massicci poi i lavori per trasformare gli atolli in avamposti dove rischierare caccia, bombardieri e ricognitori.
In questi mesi - come per altre crisi - ci si è spesso chiesti se vi siano rischi di un conflitto generalizzato. Osservatori e diplomatici rispondono sostenendo che, pur nella gravità del confronto, nessuno ha stomaco e voglia per una guerra. Anche perché la possono combattere sul piano economico o commerciale. Ma, al tempo stesso, sono onesti nel riconoscere che c’è sempre una componente di incertezza, con lo scontro su Taiwan suscettibile di riservare sorprese.
26.09.2020


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