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Tre quarti dei nuovi medici non sono svizzeri
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Stranieri indispensabili
almeno sino a quando...
PATRIZIA GUENZI


Ogni Paese dovrebbe riuscire a garantire il più possibile la propria indipendenza sul piano economico e sociale. Invece la ricca Svizzera una solida rete sociale, capace di assicurare le cure alla popolazione senza dipendere dall’estero, non ce l’ha. Mancano soprattutto infermieri. Soltanto in Ticino un terzo di loro è frontaliere. E, secondo l’Osservatorio svizzero della salute (Obsan), entro il 2030 a livello nazionale avremo bisogno di 65mila professionisti della salute in più. Mentre la Federazione dei medici svizzeri (Fmh) avverte: "Ci vorranno anni per formare nuove leve". A tuttoggi, circa tre quarti di loro proviene dall’estero.
Intanto il Ticino scommette sul nuovo master in medicina dell’Usi, che partirà proprio domani, lunedì. Per Simone Ghisla, chirurgo, ex presidente dell’Associazione medici assistenti e capiclinica in Ticino (Asmac): "Si potrà far capo a più ospedali per i corsi clinici, frenando la penuria di medici, la cui qualità è data proprio dall’esperienza sul campo, al letto del paziente". Dove c’è anche l’infermiere, altra figura fondamentale nel percorso di cura che, in Ticino, è spesso un frontaliere. Lo si ripete da anni. Basta dipendere dall’estero. Lo si è detto e ridetto in piena pandemia, terrorizzati dall’ipotesi che l’Italia precettasse quelle migliaia di sanitari che tutti i giorni fanno avanti e indietro - oltre 4mila solo in Ticino -, impiegati in ospedali, cliniche, case anziani, di riabilitazione e cure a domicilio. "La soluzione era la nostra iniziativa Per cure infermieristiche forti - dice Luzia Mariani, presidente dell’Asi, Associazione svizzera degli infermieri Ticino -. L’iter parlamentare l’ha annacquata. Chiedevamo sostegni economici ai futuri infermieri, più tutele per chi già lavora e di rendere più attrattiva la professione. Concetti che non figurano nel controprogetto". Forse anche perché  l’iniziativa chiedeva troppo. Con pesanti ricadute sui costi della salute, oltre 83 miliardi l’anno.
Nelle sole strutture dell’Ente ospedaliero lavorano 120 medici e circa 530 infermieri frontalieri. E nelle cliniche i numeri sono più consistenti. A livello nazionale, uno specialista su due negli ospedali, nelle cure a domicilio e nelle case anziani proviene dall’estero, la maggior parte dall’Ue. E la Svizzera, che ogni anno ha bisogno di oltre 6mila nuovi professionisti della salute, ne forma meno della metà. Ghisla, ex deputato, rilancia una proposta sempreverde: "Introduciamo, come il canton Berna, un sistema di bonus/malus. Gli istituti che non mettono a disposizione sufficienti posti di stage ricevono meno compensi". Se il pubblico già forma, meno virtuose sono le cliniche. Ma visto che tutti gli ospedali beneficiano di denari pubblici è giusto che facciano la loro parte, sostiene Helena Zaugg, presidente dell’Asi nazionale, che sottolinea l’esigenza di rendere più attrattiva la professione per le donne, offrendo anche interessanti possibilità di carriera. Un motivo ci sarà per cui molte di loro dopo pochi anni gettano la spugna. "Lo fanno anche gli uomini, il che la dice lunga su quanto questa professione sia impegnativa", sottolinea Luzia Mariani. E Gina La Mantia, deputata ps e membro della Commissione sanitaria: "Continuare a far capo a personale formato all’estero non è corretto".
Il Cantone, va detto, negli ultimi anni qualcosa ha fatto. Ha aumentato i posti di stage e di formazione con la promessa di fare di più. Ma non basta, per La Mantia, "perché si stanno pagando i ritardi". Ritardi che un po’ tutta la Svizzera ha accumulato. Basti dire che il Chuv di Losanna oggi è una vera Torre di Babele, con un centinaio di nazionalità. E così capita in molte altre strutture del Paese (vedi sotto). In sostanza, la salute degli svizzeri dipende dagli stranieri. Altro che "primanostrismo"! pguenzi@caffe.ch
12.09.2020


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