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Precari, famiglie, stranieri... le sacche della difficoltà
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Sono questi i nuovi poveri
dopo l'emergenza sanitaria
CLEMENTE MAZZETTA


Persone a basso reddito, precari, sottoccupati. Gente costretta a più lavori per guadagnare da vivere. Sono bastate poche settimane di coronavirus, di lockdown per risucchiare centinaia di persone in una fascia di povertà inaspettata. Quasi di indigenza. La lunga coda in fila a Ginevra per un pasto è analoga alle file di persone che si rivolgono alle mense di Fra’ Martino, alle richieste di beni di necessità rivolte alla Caritas in Ticino (vedi riquadro), alle 1200 persone che attualmente fanno capo al Tavolino magico che sta riaprendo le sue sedi (ma si stima che saliranno almeno di un terzo).
È la faccia eclatante, inattesa della povertà che avanza. "Chi come sindacato agisce in stretto contatto con i lavoratori, con le fasce sociali più deboli si rende immediatamente conto che questa nuova situazione precarizza il mercato del lavoro, diminuisce il potere d’acquisto e aumenta il rischio della povertà", spiega il sindacalista dell’Ocst Giorgio Fonio. Basta un semplice calcolo: con il lavoro ridotto, la retribuzione cala dall’oggi al domani del 20%. "Una famiglia con un’entrata di 5 mila franchi deve far quadrare i conti con mille franchi in meno; e non è che le spese, l’affitto, i premi di cassa malati diminuiscono nel frattempo", chiarisce Fonio: "Sono le famiglie con redditi  modesti ad essere penalizzate, ma anche gli indipendenti, i precari, i lavoratori in nero".
Difficile quantificarne il numero, visto che per definizione fanno parte dell’economia sommersa. Sotto-occupati. Working poor, lavoratori che pur lavorando non riescono ad uscire dall’indigenza. Si tratta di gente prima "invisibile" che sta incrementando la fascia di povertà stimata nell’8% della popolazione, circa 700 mila in Svizzera. Più del 10% in Ticino, oltre le 36mila.
"Il coronavirus ha fatto cadere in povertà le persone già a rischio, come le famiglie monoparentali, come i lavoratori indipendenti a basso reddito; più gli stranieri, visto che questi svolgono lavori precari e poco qualificati", specifica l’economista Amalia Mirante. Ma si tratta solo di una prima fase. L’effetto del coronavirus a livello economico-occupazionale potrebbe nei prossimi mesi toccare anche altre fasce di lavoratori. La povertà è una lama sottile che tocca anche il pubblico impiego. Gli indipendenti. Persone qualificate, operatori culturali rimati a casa. Lo fa presente Raoul Ghisletta, segretario generale Vpod: "Anche da noi ci sono decine di artisti indipendenti di tutte le arti che vivono una fortissima incertezza; sono numerosi gli artigiani, i restauratori di beni culturali senza occupazione". Per questo chiede allo Stato di farsi carico di un grande progetto culturale per l’impiego di queste persone sull’esempio degli Usa che  durante la Grande Depressione crearono un programma per la cultura, che in soli 4 mesi mise sotto contratto quasi quattromila artisti.
Ma con l’aumento della povertà, la crisi potrebbe anche radicalizzarsi. "Non mi stupirei se qualche azienda approfittasse di questa situazione per anticipare i tempi di ristrutturazione, riducendo il personale - aggiunge Mirante -, in questo scenario a pagare il pezzo del coronavirus potrebbero essere allora fasce più ampie di lavoratori. Non solo i lavoratori a basso reddito, la crisi potrebbe toccare anche il settore impiegatizio, i colletti bianchi. La crisi del coronavirus può essere la scusa per tagli aziendali che in un’altra situazione sarebbero stati  meno probabili, magari procrastinati di qualche anno, anche solo per le proteste che avrebbero sollevato".
cmazzetta@caffe.ch
23.05.2020


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