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Le nuove fragilità emerse nel canton Ginevra
Si è tagliato tutto e alcuni...
rinunciano all'assicurazione
PATRIZIAGUENZI


Le misure di confinamento hanno fatto emergere nuove fragilità. Categorie di polazione più integrate socialmente ed economicamente si sono ritrovate a dover chiedere aiuto. E, anche, a mettersi in fila per ricevere un aiuto alimentare. Come è accaduto a Ginevra. Immagini che hanno suscitato sconcerto, anche all’estero. In una delle città più ricche e più care del mondo, Ginevra appunto, si sono viste centinaia di persone in fila per ricevere un sacchetto di generi alimentari di prima necessità del valore di 20 franchi. Ma, come detto, l’epidemia di Covid-19 ha messo in luce le fragilità di una fetta della popolazione che da un momento all’altro ha perso una parte, se non tutta, delle sue fonti di reddito. La fotografia di quanto accaduto a Ginevra l’ha scattata l’ospedale universitario di Ginevra (Hug) assieme all’organizzazione Medici senza frontiere (Msf) attraverso un sondaggio realizzato il 2 maggio scorso tra i beneficiari di questa distribuzione alimentare.
E allora, oltre ad aver messo in luce nuove fragilità, lo studio ha confermato la presenza di sacche di povertà conosciute. Fette di popolazione che potrebbe ricorrere all’assistenza sociale ma non lo fa. Cittadini svizzeri e stranieri residenti con un permesso di soggiorno o richiedenti l’asilo. Molte di queste persone, di nazionalità diversa, sono impiegati nei servizi domestici. Nella cura dei bambini o impegnati nei lavori di casa. Attività precarie, ma che hanno permesso loro, sino all’emergenza coronavirus, di sbarcare il lunario. Con l’entrata in vigore delle misure di confinamento molti di loro non hanno più potuto recarsi al lavoro.  
Ma il "sondaggio" di Hug e Msf va più in profondità. Emerge quindi che sei partecipanti su dieci non hanno un’assicurazione malattia. Nove su dieci non hanno documenti di soggiorno validi. Inoltre, più del dieci per cento degli intervistati ha rinunciato a cure mediche nel corso dei due mesi scorsi.
Insomma, chi si è trovato in difficoltà ha cercato di "tagliare" qualsiasi uscita economica. Tanto da arrivare a rinunciare alla cassa malati. Sebbene anche prima della crisi Covid, nel 2018, basta leggere i numeri pubblicati dall’Ufficio federale di statistica, circa 660mila persone, l’8 per cento della popolazione, già si trovava sotto la soglia di povertà e oltre un milione di persone era a rischio indigenza.  
Tornando allo studio, oltre ad aver confermato la problematica dei "sans papier", dei richiedenti l’asilo e delle persone straniere residenti con permesso di soggiorno - senza dimenticare le famiglie monoparentali, i disoccupati senza più diritto all’indennità e chi vive ai margini della società -, come detto il lockdown ha "piegato" categorie sociali più integrate socialmente ed economicamente. Come piccoli imprenditori indipendenti, improvvisamente privati di ogni entrata e senza riserve economiche sufficienti per reggere. Il rischio maggiore, per loro, è quello di entrare in una perversa spirale debitoria. Da un’inchiesta condotta in aprile dal Centro di ricerche congiunturali del Politecnico di Zurigo è emerso infatti che un terzo dei 600mila indipendenti in Svizzera ritiene che la crisi del coronavirus abbia messo a rischio la loro esistenza. Infine, un’ulteriore difficoltà l’ha creata la riduzione dei salari a causa della disoccupazione parziale. Tocca circa 2 milioni di dipendenti che già prima del coronavirus ricevevano un salario al limite della sopravvivenza.
pguenzi@caffe.ch
23.05.2020


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