Inchiesta interna dell'Ente per le morti a Mendrisio
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Forse delle complicità
attorno all'infermiere
R.C.


Come è mai possibile che per anni, forse due forse quattro, quell’infermiere - agli occhi di tutti un ottimo professionista - abbia potuto “giocare” con la privacy, con l’intimità dei pazienti fotografandoli e filmandoli di nascosto!? Ma soprattutto..., come è possibile che abbia potuto alterare il dosaggio di alcuni farmaci senza che nessuno, ma proprio nessuno dei suoi colleghi avesse il benché minimo sospetto?! È proprio per questa ragione, per questa paradossale situazione venutasi a creare nel reparto di Medicina1 dell’ospedale Beata Vergine di Mendrisio, che l’Ente ospedaliero cantonale (Eoc) ha aperto un’inchiesta. Una propria inchiesta nell’attesa che la magistratura, nelle cui maglie da un anno esatto è finito quell’infermiere accusato dell’omicidio di 17 pazienti, a partire dal 2014, e di una serie infinita di reati minori. Minori si fa per dire. Un rosario: messa in pericolo della vita altrui, violazione della sfera privata, turbamento della pace dei morti, pornografia di cruda violenza, coazione. Come è possibile si sono chiesti all’Ente ospedaliero, dopo aver letto sulla stampa le indiscrezioni sull’inchiesta e, soprattutto, dopo aver ricevuto nemmeno un mese fa le carte dell’inchiesta condotta dal procuratore Nicola Respini? L’infermiere, oggi 45enne, è difeso dall’avvocato Micaela Antonini Luvini.
Al centro delle indagini dell’Ente ospedaliero per ora sono finiti principalmente tre o quattro infermieri. Si tratterebbe solo di donne. Una la si vede in un video girato con uno smartphone dall’imputato. È cosciente di quanto stava accadendo, tanto che la si sente commentare qualcosa sulle possibili conseguenze penali di quel video. Altre due ex colleghe facevano parte di una chat interna al reparto di Medicina1. Avevano chiesto, in alcune occasioni, di ricevere dei video girati dall’infermiere.
Si trattava di pazienti filmati e fotografati in atteggiamenti imbarazzanti. Ma non solo. A letto, e soprattutto a loro insaputa, mentre qualcuno del personale cercava di far loro assumere dei farmaci.
Un’inchiesta interna, dunque, che sin dalle prime battute sembra dover sfociare in decisioni importanti, se non gravi, per i protagonisti. Un’inchiesta che parte da un interrogativo: come è possibile che per anni quell’infermiere abbia potuto agire in quel modo senza che nessuno, ma proprio nessuno si fosse accorto di qualcosa e avesse deciso di denunciare quelle vicende alla direzione. C’è voluto, un anno fa, un giovane "soccorritore stagiaire", per alcuni giorni impiegato in quel reparto, perché la vicenda scoppiasse.
Ma come è possibile!? Come è possibile che si sia dovuto attendere i sospetti di quel giovane "stagiaire"?! Aveva visto l’infermiere trattare con modi bruschi alcuni anziani. Ma soprattutto si era accorto dell’abitudine di alterare il dosaggio dei farmaci prescritti ad anziani in fase terminale. Malati oncologici. Qualche goccia in più di morfina. Qualche goccia in più di dormicum. Quanto basta, secondo l’accusa, per accelerarne la morte.
Mentre si cerca di capire perché una responsabile dell’aerea infermieristica abbia dichiarato a verbale… "ho sempre sospettato ci fosse un clima di omertà", mentre l’inchiesta penale attende la perizia medico-scientifica richiesta al Centro universitario romando di medicina legale..., nell’attesa di tutto ciò l’Ente ospedaliero cerca capire, di disegnare nel dettaglio le possibili corresponsabilità interne; le eventuali complicità, tacite e meno tacite, di cui l’imputato potrebbe aver beneficiato nel reparto di Medicina1. Ma per ora... sotto inchiesta penale è solo l’ex infermiere 45enne. Anche se inizialmente una giovanissima infermiera era stata fermata per un’intera giornata. Il suo nome era stato trovato tra le chat di WhatsApp interne al reparto. E il tenore di quegli scambi di messaggi aveva subito fatto pensare a qualcosa di grave. Molto grave.
Nel corso delle prime battute dell’inchiesta l’infermiere ha ammesso alcune responsabilità. E non solo quelle relative alle immagini e ai video. Ma soprattutto quelle relative all’alterazione del dosaggio di farmaci prescritti dai medici. Da qui, da queste mezze ammissioni, l’inchiesta ha preso il volo. Agli atti ci sono decine di verbali. Oltre cento. Interrogatori di colleghi, ex colleghi e parenti delle vittime. Ma soprattutto, agli atti, ci sono anche le ritrattazioni dell’imputato. Quando ho fatto quelle ammissioni, così ha spiegato, ero in uno stato psicofisico di totale depressione e confusione. Una condizione causatagli dall’assunzione di una dose spaventosa di psicofarmaci.
r.c.
17.11.2019


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