Il nord-est della Siria è un incubatore di radicalizzazione
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Un campo profughi
a rischio terrorismo
MARCO OLIMPIO


Vivono senza elettricità e acqua corrente, sotto tende polverose circondate da filo spinato. Niente scuola, solo un futuro incerto. È il campo profughi di al-Hol, nel nord-est della Siria, a pochi chilometri di distanza dal confine con l’Iraq. All’interno, circa settanta mila persone, il 90% dei quali sono donne e bambini. Mentre inizialmente il luogo doveva fornire protezione a 10.000 siriani e iracheni fuggiti alla guerra, l’offensiva per liberare le aree occupate dagli uomini del Califfo ha riempito il "rifugio" di famiglie dei jihadisti dello Stato Islamico.
Ora al-Hol è diventato il simbolo del problema delle decine di migliaia di minori dello Stato Islamico che si trovano nei campi e prigioni in Iraq e Siria. L’età media è bassa, il 65% delle persone all’interno del campo ha meno di 12 anni e molti sono nati sotto il controllo dello Stato Islamico. Gli stranieri sarebbero attorno a 10.000, alcuni di loro portati in Iraq e Siria da un solo genitore. Innumerevoli gli orfani, lasciati soli dalla guerra.
Il rischio che questo luogo possa trasformarsi in un incubatore di radicalizzazione è elevatissimo. Tante donne che si trovano lì non hanno abbandonato la propria ideologia e ai giornalisti che visitano il posto raccontano che lo Stato Islamico risorgerà. Le prigioni irachene, in passato, hanno spesso agito da amplificatori di radicalizzazione permettendo ai jihadisti di stringere nuovi rapporti e contatti.
La risposta internazionale è stata mista. Alcune nazioni hanno avviato programmi di rimpatrio di donne e minori. Tra i più comprensivi quelli di Russia, Kosovo e stati dell’Asia Centrale. Nella prima sono state riportate in patria 200 donne e bambini, nel secondo 110 seguiti poi da misure di de-radicalizzazione e riabilitazione. Anche in Kazakhistan, Tajikistan e Uzbekistan le tradizionali norme di repressione sono state accompagnate da nuove risposte che prevedono il reintegro di cittadini che sono partiti per unirsi allo Stato Islamico. Come in Russia e Kosovo, i rimpatri (diverse centinaia) sono stati soprattutto di familiari di mujaheddin.
Molto più timida la risposta occidentale. Gli stati europei infatti si sono dimostrati riluttanti a riprendersi i combattenti e le loro congiunti. Nonostante le terribili condizioni di vita dei piccoli la mossa è politicamente difficile da "vendere". L’opposizione a queste tipo di iniziative è forte. Si tratta di un grande sforzo, dato che chi viene riportato in patria dovrà essere seguito da psicologi e specialisti per far fronte ai traumi che i bambini potrebbero aver subito. Ci sono poi anche preoccupazioni riguardo la possibilità di un’eventuale radicalizzazione futura.
Nonostante ciò, paesi come Francia, Belgio e Germania hanno iniziato a riportare a casa piccoli nuclei di bimbi. A giugno, per esempio, Parigi ha trasferito in patria dodici orfani. La linea dell’Eliseo è stata infatti quella di analizzare "caso per caso".
Tuttavia, il numero di stranieri è minimo rispetto a quello dei figli di jihadisti iracheni. Un recente rapporto del Ctc Sentinel di West Point che ha identificato la presenza di 70.000 minori nei registri del gruppo. Una situazione grave, rispecchiata anche dalla popolazione di al-Hol, che necessita di una soluzione concreta.
17.11.2019


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