Confronto tra viticoltori ed esercenti sulla quota minima
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Il vino svizzero
cerca il rilancio
ANDREA STERN


Almeno una bottiglia svizzera per ogni bottiglia straniera. Il consigliere nazionale udc Jean-Luc Addor ipotizzava di risollevare le sorti del commercio vinicolo locale obbligando i ristoratori a inserire almeno il 50% di etichette elvetiche sulla loro carta. Una proposta, come evidenzia il direttore di Ticinowine, Andrea Conconi, fatta più che altro per attirarsi simpatie tra i viticoltori del suo Vallese. E così Addor è stato rieletto in parlamento e subito dopo il Consiglio federale ha comprensibilmente respinto la sua idea di una quota minima di vini svizzeri. Sarebbe un’intrusione eccessiva nella libertà imprenditoriale degli esercenti, sottolinea Massimo Suter, presidente di Gastro Ticino. Resta il fatto che ormai da anni i vini esteri stanno rosicchiando quote di mercato ai vini locali. Se la tendenza dovesse proseguire e accentuarsi, il rischio è di vedere sparire i vigneti dal paesaggio. Un rischio che nessuno vuole correre. Per scongiurarlo si dovrà però riuscire a trovare la giusta ricetta per rilanciare i consumi.
a.s.


La politica fa poco qualsiasi nuovo aiuto sarebbe benvenuto
Andrea Conconi
Direttore di Ticinowine

Se ogni consumatore ticinese bevesse una bottiglia di vino locale al mese, noi non avremmo più problemi di vendita. Questo per dire che il sostegno al settore vitivinicolo deve partire dal basso. Deve essere una libera scelta del consumatore. Bisogna essere consapevoli che se si consumano prodotti enogastronomici locali, quindi non solo il vino ma per esempio anche i formaggi, si contribuisce a salvaguardare il nostro paesaggio. Cosa sarebbe la Svizzera senza i vigneti e senza l’agricoltura?
La politica potrebbe sostenere maggiormente il nostro settore, certo. Ogni nuova misura è benvenuta. Ma dubito che la soluzione giusta sia quella di inserire nella legge un quantitativo minimo di vini svizzeri da presentare sulla carta. I vincoli non servono a niente. Non piacciono a nessuno e sono facilmente aggirabili. Io potrei ad esempio avere sulla carta novantanove etichette ticinesi e una estera ma proporre ai clienti sempre e solo quest’ultima. L’idea lanciata da Jean-Luc Addor sa molto di proposta da campagna elettorale, fatta per attirarsi le simpatie dei viticoltori vallesani. Stupisce che sia giunta dal rappresentante di un partito che in materia economica si dice liberista. Se la politica volesse fare qualcosa di concreto a sostegno del settore vitivinicolo, dovrebbe piuttosto aumentare il budget per la promozione. Proprio di recente sia l’Italia che la Spagna hanno messo a disposizione più di 100 milioni di euro per la promozione dei loro vini nei Paesi extraeuropei. Da noi invece vengono messe a disposizione solo le briciole. Lottiamo ad armi impari.
È quindi un discorso di sensibilità, da parte della politica, dei ristoratori ma soprattutto dei consumatori. Perché alla fine sono loro che scelgono. E se cercano prodotti locali, sia gli esercenti sia i commercianti avranno tutto l’interesse a proporglieli, anche se dovranno magari accontentarsi di margini di guadagno minori.


Così è un’intrusione ogni ristoratore deve poter scegliere
Massimo Suter
Presidente di Gastro Ticino

Non può essere la legge a stabilire quanti e quali vini possono essere serviti in un ristorante. Sarebbe un’intrusione eccessiva nella libertà imprenditoriale dell’esercente. Se per esempio volessi aprire un ristorante turco, mi sembrerebbe abbastanza ovvio proporre un’ampia selezione di vini turchi. Magari prenderei anche qualche bottiglia ticinese ma chiaramente non sarebbe il prodotto più in sintonia con la tipologia del mio ristorante. Mentre se dovessi aprire uno Chalet Suisse a Napoli, chiaramente avrei più vini svizzeri che napoletani. Penso che ogni ristoratore debba poter continuare a scegliere i vini in base all’impronta che vuole dare al suo locale e non perché la legge glielo impone.
In ogni caso mi sembra di poter dire che, anche senza leggi specifiche, i ristoranti ticinesi danno un grande contributo alla promozione dei prodotti locali. Ad esempio con iniziative particolari come "Ticino a Tavola", nell’ambito delle quali siamo noi stessi a introdurre un minimo di etichette locali. Ma a volte si dimentica questo aspetto. Ricordo la spiacevole polemica di alcuni mesi fa con Federviti. Noi esercenti venivamo accusati di non proporre abbastanza vini ticinesi. Ma poi se si andava a vedere nei ristoranti si notava che praticamente tutti ne avevano sulla carta, spesso anche in maniera predominante. Forse siamo solo un bersaglio facile per quando gli affari non vanno come si vorrebbe.
Riconosco che negli ultimi anni è aumentato il consumo di bottiglie estere a scapito di quelle locali. È un dato di fatto. Ma non è perché i nostri vini non sono buoni. Anzi, probabilmente è perché sono troppo buoni. E quindi hanno un costo. In una società dove parecchie persone devono affrontare delle difficoltà finanziarie, è comprensibile che si cerchino prodotti di qualità sicuramente inferiore ma anche di prezzo inferiore. Se i vini esteri hanno conquistato parti di mercato, è principalmente per una questione di prezzi.
17.11.2019


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