Anche un video con i colleghi per l'infermiere di Mendrisio
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Sospettato della morte
di diciassette pazienti
R.C.


Ad ogni capitolo che viene scritto dalle indagini la storia diventa sempre più "noir". All’indomani della sua scarcerazione, perché non esiste più il pericolo di inquinamento delle prove, sono due gli elementi inquietanti che spiccano all’attenzione. L’ex infermiere 45enne dell’ospedale Beata Vergine di Mendrisio, difeso dall’avvocato Micaela Antonini Luvini, potrebbe essersi avvalso della complicità (silenziosa) di alcuni colleghi del reparto per accelerare la morte di… il numero è impressionante, 17 persone. Diciassette anziani pazienti in fase terminale. Ma sotto inchiesta per ora è solo lui.
Una storia "noir". Resa sempre più nera dal sospetto di complicità e dal numero di pazienti di cui l’infermiere potrebbe aver accelerato la morte.
L’uomo è stato in carcere dal dicembre 2018 sino allo scorso mercoledì perché sospettato  di omicidio intenzionale ripetuto (è il reato più grave di cui deve rispondere). L’ipotesi del procuratore Nicola Respini è che l’uomo abbia alterato il dosaggio di alcuni farmaci determinando di fatto la morte di quegli anziani pazienti.

SI PROFESSA INNOCENTE
L’ex dipendente dell’ospedale si professa assolutamente innocente. Da sempre. E dimostrare il nesso fra le somministrazioni e la morte dei diciassette anziani non è per nulla semplice. Ma forse sarà meno difficile - così emerge da quanto filtra da chi direttamente e indirettamente sta indagando - individuare e provare la consapevolezza di alcuni colleghi. Non è infatti escluso che almeno due o tre di essi conoscessero le sue turbe psicologiche. Era affascinato dalla morte, dall’aldilà. E i colleghi lo sapevano. Lo sapevano anche perché, ecco gli indizi, erano iscritti a due chat su WhatsApp, interne all’ospedale. Talvolta avevano chiesto al collega di inviare loro delle fotografie scattate nel reparto. Pazienti anziani, sofferenti. Pazienti talune volte fotografati mezzo svestiti o in situazioni imbarazzanti. Da qui l’accusa di "violazione della sfera segreta o privata". Ma anche il reato di "turbamento ripetuto della pace dei defunti". Almeno una delle decine e decine di fotografie che sono state trovate sul suo smartphone e sul suo computer ritraeva una persona da poco morta.
Gli investigatori hanno recuperato anche alcuni video girati dall’ex infermiere con lo smartphone. Agli inquirenti ha detto di averne ricevuti alcuni da colleghi del reparto. La polizia sostiene però che gli unici video recuperati tra le pieghe della memoria del suo smartphone e del suo computer sono solo quelli prodotti da lui. Ma almeno in uno di questi figurano due colleghi. Un infermiere e un’infermiera. Un terzo è poco riconoscibile. Il filmato ritrae una paziente con patologie psichiatriche alla quale l’infermiere ma anche i colleghi che si intravvedono cercano di somministrare un medicamento. Si sente anche una voce, è quella di una collega dell’imputato. Cosciente della gravità di ciò che stavano facendo, avverte che quella situazione avrebbe potuto avere gravi conseguenze.
Da qui, anche da questo video, gli indizi che portano a pensare alla complicità, al cerchio di silenzio e accondiscendenza che si era creato attorno all’ex infermiere sotto inchiesta. Una complicità, ancora non pienamente provata, relativa ai reati meno gravi, cioè la violazione della sfera privata. E forse non per nulla nelle prime settimane di carcere del 45enne numerosi colleghi gli hanno espresso vicinanza umana con una lettera.

L’ATTESA DELLA PERIZIA
Ma se sulle fotografie e sui filmati la procura è riuscita a fare piena luce (sono stati interrogati decine di colleghi ed ex colleghi, amici con i quali aveva condiviso le immagini, familiari di numerosi pazienti), o quasi, sull’accusa principale, quella di omicidio intenzionale ripetuto o omicidio colposo ripetuto, gli inquirenti non sembrano vedere la luce alla fine di questo tortuoso tunnel dell’inchiesta. Lo scorso fine giugno il procuratore ha chiesto al Centro universitario romando di medicina legale, a Losanna, una perizia sui 17 casi che nel corso dell’inchiesta si sono rivelati maggiormente sospetti. Si tratta di pazienti deceduti al Beata Vergine e che, appunto, potrebbero essere stati vittime dell’imputato. La procura ha ovviamente sequestrato le cartelle cliniche e sono casi che per ora ritornano indietro nel tempo di cinque anni. La vicenda che ha fatto suonare il campanello d’allarme risale allo scorso ottobre. Un allievo soccorritore segnalò alla direzione dell’ospedale alcuni comportamenti anomali, sospetti, dell’infermiere che un mese e mezzo dopo sarebbe stato arrestato. E allora, quantomeno pubblicamente, si parlò solo di "tentate lesioni gravi, vie di fatto reiterate e coazione". Le indagini permisero però di andare oltre. Si scoprì che l’imputato non di rado somministrava ai pazienti la terapia farmacologica, sì prescritta dal medico, ma in alcuni casi alterando il dosaggio. Si trattava di morfina, dormicum, elettroliti… Quelle alterazioni delle quantità, anche grazie all’acceso che l’infermiere aveva alle riserve dei medicamenti, non erano registrate nel sistema informatico e nemmeno ufficialmente comunicato ai medici.

IL FASCINO DELLA MORTE
L’infermiere ha sempre negato (a parte qualche iniziale ammissione, poi ritrattata perché dettata a verbale in condizioni fisiche e psicologiche alterate) di aver avuto la volontà di accelerarne la morte e tantomeno di uccidere quei pazienti. Ma ha ammesso, questo sì, il desiderio di alleviare le loro sofferenze. Fatto è però che dietro le quinte di quanto da lui affermato a giustificazione dei suoi comportamenti in corsia, ci sono frasi, fotografie, video, libri che dicono del perverso fascino che la morte esercitava su di lui.
Da Losanna, da quel che risulta al Caffè, non è ancora giunta alcuna perizia. Né l’infermiere è stato sottoposto ad un esame psichiatrico. Da Losanna si attende la risposta ad alcuni interrogativi. Domande difficili. Chissà, forse interrogativi dalle risposte impossibili. Si trattava di pazienti anziani, alcuni dei quali sofferenti per più patologie. Stabilire oltre ogni ragionevole dubbio che l’alterazione del dosaggio di alcuni possa essere stata causa o concausa della morte, non è certo cosa di poco conto. E probabilmente poco aiutano le dichiarazioni dei familiari dei pazienti e dei colleghi dell’infermiere.
Il 14 agosto scorso, dopo circa nove mesi di carcere preventivo, l’infermiere è stato rilasciato. Il suo avvocato, Micaela Antonini Luvini, ha vinto il ricorso davanti alla Corte dei reclami penali del Tribunale d’appello che non ha ritenuto sufficienti le motivazioni addotte dal procuratore Respini per prolungare di altri mesi la detenzione. L’avvocato ha evidentemente sostenuto in modo convincente che non esiste più alcun pericolo di inquinamento delle prove. Tutte le fotografie, tutti i video, tutte le cartelle cliniche sono state sequestrate. Tutti i parenti dei pazienti, i colleghi e gli amici dell’imputato sono stati interrogati. All’imputato è stata però negata la possibilità di contattare tutte quelle persone che direttamente e indirettamente sono coinvolte in questa vicenda…"noir".
r.c.
18.08.2019


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